mercoledì 23 marzo 2011

Una sfida da vincere

La “primavera araba” ha suscitato in Occidente entusiasmo e preoccupazione. Un atteggiamento solo in apparenza contradditorio. In verità, era difficile restare indifferenti vedendo milioni di giovani egiziani, tunisini e libici riempire le piazze chiedendo che anche nei loro Paesi venissero rispettate le libertà inalienabili della persona umana. Mai come in questi ultimi tempi quei popoli ci sono sembrati così simili a noi, quei ragazzi che, coraggiosamente, hanno rovesciato i regimi di Ben Alì e Mubarak potevano essere scambiati per i nostri figli o i nostri nipoti o i nostri fratelli minori. Era assolutamente normale solidarizzare con i rivoltosi di Tunisi, Il Cairo e Bengasi, sarebbe stato strano il contrario. Ciò che avviene nell’Africa settentrionale è l’ennesima dimostrazione che la democrazia ha le sue radici nella dignità della persona umana, l’anelito alla libertà è insopprimibile in ogni uomo ed in ogni donna, qualunque religione essi professino e dovunque essi vivano. La democrazia, contrariamente a quanto molti credono, non è un valore occidentale: è un valore universale, l’uomo è stato creato per essere libero, avendo ricevuto il dono del libero arbitrio. Chi non ha ancora capito questo principio, non può avere a cuore la causa della democrazia.


Quanto alle preoccupazioni, invece, il discorso da fare è un po’ complicato. La democrazia, infatti, non basta volerla, occorre costruirla, edificando un sistema, fondamentalmente, d’equilibrio di poteri. Come insegnava, tanti anni fa, don Luigi Sturzo: «La democrazia è partecipazione al potere.» Per quei popoli che non sono stati abituati a partecipare al potere, cioè a condividere il governo del Paese e della città, ad eleggere parlamenti, a scegliersi i propri rappresentanti nelle assemblee elettive, esercitare la democrazia è un’arte difficile. Il timore diffuso, oggi, in Occidente, è che egiziani, tunisini e libici (con o senza Gheddafi al potere) si lascino persuadere dalla propaganda di partiti islamici integralisti e confondano la democrazia con la teocrazia. Può succedere, perché parliamo di nazioni che la democrazia non l’hanno mai davvero conosciuta. Diciamolo subito: è un rischio che bisogna correre. Era rischioso anche provare ad instaurare la democrazia in Italia, Germania e Giappone, nel 1946. Ma i vincitori della Seconda guerra mondiale vollero darci quest’opportunità ed oggi anche noi possiamo dire di essere un popolo libero. Perché negare la medesima opportunità ai popoli nordafricani? L’integralismo religioso è una seria minaccia, ne siamo consapevoli. Ma siamo altrettanto consapevoli che ogni popolo deve essere padrone del proprio destino.

Un’altra causa di preoccupazione è costituita dalle notevoli diseguaglianze sociali presenti in Egitto, Tunisia e Libia. Nei primi decenni del XIX secolo, il francese Alexis de Tocqueville scriveva che gli Stati Uniti sarebbero diventati una grande nazione democratica, perché, spiegava, quella americana era una società di tanti piccoli proprietari. In quella giovane democrazia non si era mai radicata l’aristocrazia e, quindi, nemmeno il latifondo, come invece era avvenuto nelle colonie spagnole. Questo spiega perché in Nord America la democrazia si è imposta senza problemi, mentre in Sud America lo stesso ideale fa fatica ad imporsi ancora oggi. La cosa migliore da fare per aiutare tunisini,egiziani e libici a costruirsi regimi politici davvero liberi è quella di elaborare ed attuare una sorta di Piano Marshall che favorisca la nascita e la diffusione del ceto medio nei loro Paesi. Un’ultima considerazione: le popolazioni nordafricane hanno un’età media molto bassa, al contrario di quelle occidentali. Da questa parte del Mediterraneo facciamo pochi figli ed invecchiamo sempre più. Dall’altra, invece, possono guardare al futuro con ottimismo. Sono – beati loro! – popoli giovani. Se vinceranno la sfida della democrazia saremo noi, tra cinquant’anni, a guardarli con invidia.

Mauro Ammirati

lunedì 7 febbraio 2011

In attesa della chiarezza

Tutta la situazione politica italiana venuta a determinarsi nelle ultime settimane potrebbe essere compendiata con queste parole: abbiamo cose “meno” serie di cui occuparci. Sono scoppiate rivolte popolari in Tunisia, Algeria, Albania ed Egitto, la sponda meridionale del Mediterraneo è in fiamme, abbiamo rivoluzioni e guerre civili – dagli esiti, al momento, imprevedibili - alle porte di casa, ma a tenere banco in Italia è la vita privata del nostro Primo ministro. L’attenzione dei media e delle forze politiche, in massima parte, è rivolta alle feste tenutesi nella villa di Silvio Berlusconi, ad Arcore, sulle quali ha indagato la Procura di Milano. I giornali riportano le trascrizioni delle intercettazioni delle telefonate fatte tra gli amici del Presidente del Consiglio, il quale s’indigna e grida al complotto o al golpe della magistratura. Non si capisce perché l’opinione pubblica ritenga tanto importante sapere ciò che fa Berlusconi nel tempo libero, fatto sta che da qualche settimana non si parla d’altro. Se ad Arcore sono stati commessi reati, è compito della magistratura accertarlo, va da sé. Ma che opinionisti politici e cittadini debbano interessarsene, trascurando ciò che avviene a Tunisi, Tirana ed il Cairo, come se tali drammatiche vicende non ci riguardassero, questo, francamente, è difficile comprenderlo. Ad ogni modo, il quadro politico in Italia è quanto mai incerto, da circa un anno, cioè da quando Gianfranco Fini ha cominciato a scoprire le carte, preparando la separazione del suo gruppo dal Pdl. Berlusconi è sopravvissuto al voto di sfiducia del 14 dicembre per soli tre suffragi. Nell’attuale maggioranza parlamentare vi sono deputati eletti nel centrosinistra, mentre nell’opposizione vi sono Fini ed i suoi seguaci eletti nelle liste del centrodestra. Definire normale una simile situazione è quanto meno una forzatura. In questi ultimi giorni di gennaio, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, il Capo di governo è rimasto l’unico ad opporsi alle elezioni anticipate. Nonostante i sondaggi lo diano in vantaggio, Berlusconi non vuole rischiare. Il ritorno alle urne a metà legislatura presenta, per lui, troppe incognite. In primo luogo, il Pdl potrebbe ottenere la più alta percentuale di voti, ma mancare la maggioranza assoluta dei seggi al Senato, per la cui elezione il premio di maggioranza è assegnato per singola Regione (così stabilisce la legge elettorale vigente, voluta a suo tempo, fortemente, proprio da Berlusconi. Chi è causa del suo mal…). In secondo luogo, il voto potrebbe premiare il centrodestra, ma assegnando una forte vittoria alla Lega, al Nord. Il che determinerebbe un mutamento dei rapporti di forza all’interno del blocco conservatore. Inoltre, secondo i sondaggi, è ancora altissima la percentuale di italiani che non hanno ancora deciso per chi votare la prossima volta. Infine, si teme un astensionismo diffuso. Troppi dubbi e troppo poche certezze per Berlusconi, che, probabilmente, confida di irrobustire la sua precaria maggioranza con alcuni deputati pentiti di aver seguito Fini nella scissione del Pdl. Per di più, l’economia, un po’ dovunque, comincia a dare i primi segni di ripresa e chissà che, tra qualche mese, i vari indici del suo stato di salute, anche in Italia, non mostrino un netto miglioramento. In quel caso, andare in campagna elettorale sarebbe tutt’altra cosa. Preferisce, dunque, aspettare Berlusconi, minimizzando i rischi e sperando che il tempo lavori per lui. Che poi questa scelta sia buona anche per il Paese è difficile dirlo. Allo stato attuale, l’impressione è che il governo sia alla paralisi e la vita politica sempre più conflittuale. In verità, in Italia, di questi tempi, è difficile essere ottimisti.


Mauro Ammirati

lunedì 15 novembre 2010

Quale destra per l'Italia?

         È difficile dire adesso (siamo ai primi di novembre) quale sbocco avrà la situazione venuta a crearsi a causa dello strappo tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Sembra da escludere (ma in politica tutto è possibile) che vi sia una crisi extraparlamentare, a questo punto è nell’ordine delle cose che Fli, il partito nato da una scissione nel Pdl e guidato da Fini, voti una mozione di sfiducia presentata dal centrosinistra. Dopodiché tutto può accadere, cioè elezioni anticipate, governo tecnico, di transizione, di salute pubblica… Staremo a vedere. Attualmente, possiamo, però, fare qualche considerazione sulle ragioni che hanno determinato la lacerazione nel centrodestra, chissà che non ci siano d’aiuto a fare chiarezza. Un’analisi molto accreditata dei fatti sostiene che la spaccatura verificatasi nella maggioranza che sosteneva l’esecutivo Berlusconi sia da ricercare nella caduta del governo Prodi, nel 2008. Gli eventi precipitarono – a causa di un’inchiesta giudiziaria che coinvolse la famiglia d’un ministro – portando allo scioglimento delle Camere, così da costringere Gianfranco Fini a decidere subito, senza por tempo in mezzo, se aderire al neonato Pdl o tenere in vita il suo partito, Alleanza Nazionale. Scelse la fusione con Forza Italia nel nuovo soggetto politico di centrodestra, ma obtorto collo, solo perché una parte consistente della base e della dirigenza di Alleanza Nazionale aveva già deciso che avrebbe seguito Berlusconi. Fini entrò nel Pdl senza mai credere davvero nel disegno politico che questo nuovo partito incarnava. Dunque, affermano oggi autorevoli opinionisti, la vicenda non poteva avere un epilogo diverso da quello che ora abbiamo sotto gli occhi. Indubbiamente, è vero, l’attuale Presidente della Camera ha sempre fatto capire di preferire i partiti strutturati a quelli leggeri (come il Pdl e come Forza Italia); i primi, di regola, sono caratterizzati dal dibattito interno e  processi decisionali lunghi e complessi, mentre i secondi, praticamente, sostengono la persona del leader in un rapporto diretto tra quest’ultimo e l’elettorato. In altre parole, Fini non ha mai amato la politica di tipo americano, che piace tanto, invece, a Berlusconi. Ma queste diverse concezioni della politica non costituiscono l’unica ragione della separazione tra i due leaders. C’è dell’altro.
         Neanche quando era segretario dell’M.s.i.-D.n. Gianfranco Fini dava l’impressione di essere un autentico uomo di destra. Non è mai stato un leader di destra populista, come Le Pen (e questo gli va ascritto come merito), ma nemmeno d’una destra borghese e liberalconservatrice. Oggi i suoi avversari l’accusano d’incoerenza, rimproverandogli di avere cambiato opinione su temi come l’immigrazione, le coppie di fatto e le questioni etiche. Insomma, viene da pensare che stiamo parlando d’un uomo politico che è sempre stato privo d’un sistema di valori di riferimento. La verità è più complessa. Fini è cresciuto nel M.s.i.-D.n., un partito di destra ma con venature socialisteggianti (proponeva la partecipazione agli utili nelle aziende), che cercava di accreditarsi come forza democratica ma chiedeva il ritorno allo stato corporativo, un partito dove convivevano cattolici tradizionalisti ed anticlericali (seguaci del filosofo Giovanni Gentile), filoatlantici ed antiamericani, vi si poteva trovare tutto ed il suo contrario. Si pensava che l’unico collante di tutte quelle componenti fosse la nostalgia del Ventennio. In realtà, il motto dei missini era: “Non rinnegare né restaurare”, in riferimento al regime fascista. C’era, dunque, nel M.s.i.-D.n. un’ambiguità di fondo, genetica. Ambiguità che Fini ed i suoi si sono portati dietro fino ai giorni nostri. La destra italiana oggi è in crisi profonda perché è diventata adulta, ma non ha mai deciso cosa fare da grande.
         Mauro Ammirati       

mercoledì 26 maggio 2010

Le ragioni dell'economia


Stavolta è diverso, è un’altra storia. Con L’Europa, in fondo, si può anche scherzare. Se serve, a Bruxelles chiudono un occhio, talvolta tutti e due. I mercati no, gli occhi li hanno sempre spalancati, ti fanno i conti in tasca e se capiscono – e lo capiscono sempre – che non sei affidabile, se non li convinci, allora sono dolori. Ne sa qualcosa la Grecia, hanno dovuto farsene una ragione tutti i Paesi che compongono l’unione monetaria, i quali sono intervenuti per salvare dalla bancarotta la stessa Grecia ed insieme a questa l’euro. Nel caso quell’intervento non ci fosse stato, Atene avrebbe trascinato tutti noi altri dell’eurogruppo nella rovina. No, con i mercati non si scherza, purtroppo. Vi ricordate quando ci ammisero nell’unione monetaria? Ebbene, lo sanno tutti, non avevamo la carte in regola, il nostro debito era di circa il 120% del Pil, quando il Trattato di Maastricht stabiliva che un parametro del 60%. Ma prevalsero le ragioni della politica. L’Italia, uno dei sei soci fondatori di quell’organizzazione sovrannazionale che una volta si chiamava Cee ed oggi Unione Europea, il Paese di Alcide De Gasperi, uno dei padri dell’europeismo, insieme a Spaak, Adenauer e Schuman; ebbene l’Italia, con quei titoli, con quella storia, si argomentava, non poteva essere esclusa dal gruppo della moneta unica. Sarebbe stato per l’euro un pessimo esordio. Così, ci si aggrappò ad un aggettivo: “tendenziale”. Dissero, i leaders politici dell’Europa comunitaria, che il debito pubblico italiano era, sì, oltre il limite consentito, ma quello “tendenziale” era accettabile. Deferenti, ringraziammo. È la politica, bellezza, avrebbe detto Humphrey Bogart. Ecco in cosa differisce la situazione attuale da quelle del passato: ai mercati della storia e delle ragioni d’opportunità politica non interessa un bel niente. Guardano solo i bilanci, sulla base di questi decidono se acquistare o no i titoli di Stato. Se non li acquistano e l’asta va male, sei nei guai. In grossi guai.


Dunque, tutti i Paese occidentali, non solo quelli che hanno adottato la moneta unica europea, fanno o si apprestano a fare manovre finanziarie per rimettere i conti a posto. Sono tutti spaventosamente indebitati – siamo in buona compagnia, una volta tanto – perché, a causa della recessione, più o meno tutti hanno praticato negli ultimi tempi politiche di deficit spending, l’unico modo che ci fosse per ammortizzare l’urto della crisi (la più devastante dal 1929 ad oggi). Quanto all’Italia, l’opinione di molti economisti – quelli, ricordiamolo ancora una volta, che le crisi non le prevedono mai, ma non smettono di dare lezioni al mondo intero – è che il ministro Tremonti stia «raschiando il barile», cioè che stia intervenendo solo sulla spesa corrente, invece che sugli automatismi strutturali, cioè pensioni e Pubblica amministrazione. Se hanno ragione – qualche volta ci prendono anche loro – allora c’è di che preoccuparsi. Infatti, ordinariamente, è già assai difficile che politiche economiche di rigore vengano attuate con successo da governi di coalizione, figuriamoci da un governo eterogeneo come il nostro. Ci riescono con fatica esecutivi monopartitici, si ritiene che stavolta non ci si debba aspettare granché nemmeno dalla Gran Bretagna, dove il conservatore Cameron ha formato un esecutivo alleandosi con i liberaldemocratici. Da quelle parti non sono abituati ai governi di coalizione, dunque ora sono molto scettici. Per farla breve: se da Berlusconi si esige che affondi il bisturi nella spesa pubblica, se davvero si vuole una vera svolta in politica economica, allora l’alleanza di centrodestra deve mostrare una compattezza ed una coesione che non si sono mai viste prima. Vale a dire, essere alleati, ma fingendo di essere un solo partito. Tremonti sa che non è possibile. E, confidando in tempi migliori, raschia il barile.

Mauro Ammirati

sabato 3 aprile 2010

Le ragioni d'un voto

Il risultato delle ultime elezioni regionali è stato considerato quasi unanimemente (fatto insolito in Italia, a dire il vero) una vittoria del centrodestra. Sebbene il centrosinistra abbia vinto in sette regioni su tredici. Ma, come si dice, tutto è relativo ed il dato in questione va valutato tenendo presente il contesto in cui si è svolta la consultazione. Alla vigilia del voto sembrava, infatti, che tutto annunciasse un crollo del Pdl. Tra inchieste giudiziarie e pettegolezzi sulla sua vita privata, Berlusconi veniva da un anno nero. La figura del leader di centrodestra era stata quantomeno appannata da tali vicende. Negli ultimi mesi, le indagini della magistratura non avevano risparmiato nemmeno il capo delle Protezione civile, Guido Bertolaso, che, agli occhi dell’opinione pubblica italiana (anche di tantissimi elettori di centrosinistra), era l’icona dell’efficienza e dell’integrità. In molti cominciarono a sostenere che, in realtà, l’operato del governo – cui la stessa Protezione civile fa capo, essendone un Dipartimento – a L’Aquila, nel dopo terremoto, era da ritenere fallimentare. Aggiungete le recenti e ripetute prese di distanza del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, dalle dichiarazioni e dalle posizioni assunte dal premier in materia d’immigrazione e riforme istituzionali e si capisce chiaramente in quali condizioni il Pdl fosse giunto all’appuntamento con le urne: assediato all’esterno e diviso all’interno. La fine del ciclo politico di Berlusconi sembrava ormai imminente. Sorprendentemente, oggi siamo qui a parlare della straordinaria capacità del centrodestra di reagire alle avversità e del considerevole incremento dei voti della Lega nord in tutto il Settentrione. Dunque, i conti non tornano. Cosa è accaduto in realtà? Cominciamo con il dire che, in qualsiasi competizione, comprese quelle elettorali, si vince spesso anche per demerito dell’avversario. Il più grande errore commesso dalla sinistra è stato quello di inseguire e cavalcare le varie (e squallide) dicerie sulla sensibilità di Berlusconi al fascino delle signorine. Le fabbriche chiudevano i cancelli per sempre, il numero dei lavoratori licenziati ed in cassa integrazione aumentava spaventosamente, ma il Pd ed i suoi alleati non trovavano altri argomenti per attaccare il Presidente del Consiglio che quello di essere un Casanova e, quindi, un cattivo padre di famiglia. In secondo luogo, il leader del Pd, Pierluigi Bersani, contrariamente al suo predecessore Veltroni, sulle alleanze, ha fatto marcia indietro, riesumando l’Unione, cioè quella formula che due volte mandò Prodi al governo, ma, in entrambe le circostanze, senza riuscire a tenercelo per più di due anni. Probabilmente, l’elettorato di sinistra riformista da Bersani si aspettava e si aspetta di più. Ovviamente, il centrodestra non ha vinto solo grazie al masochismo degli avversari. Una mano gliel’ha data indubbiamente anche la congiuntura internazionale. Proprio nelle settimane che hanno preceduto il voto delle regionali, la Grecia è giunta sull’orlo della bancarotta, dichiarandosi praticamente insolvibile e chiedendo aiuto all’Ue per far fronte ai debiti. Un idolo della sinistra italiana, Luis Zapatero, è caduto dal piedistallo, frantumandosi in mille pezzi. La Spagna, infatti, ha un bilancio a rischio ed il record di disoccupazione. L’Italia, nonostante la sua situazione finanziaria sia tutt’altro che rosea e rassicurante, non è stata costretta ad elemosinare aiuti all’Ue, i conti pubblici almeno finora hanno tenuto, la recessione è stata dura anche qui, ma non devastante come in altri Paesi. Per molti italiani è merito del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Che abbiano torto o ragione è altro discorso, la loro opinione è questa. E nella cabina elettorale ne hanno tenuto conto.


Mauro Ammirati

giovedì 11 febbraio 2010

Verso le elezioni regionali


L’avvicinarsi delle elezioni regionali ha creato all’interno delle due coalizioni più problemi di quanto, fino a poco tempo fa, si immaginasse. Stavolta non si tratta solo delle candidature, dei propri uomini da piazzare nelle varie liste, le solite rogne che caratterizzano la fase preelettorale. La posta è in gioco si sta rivelando troppo importante. Vale la pena analizzare in profondità alcuni aspetti della situazione venuta a delinearsi negli ultimi mesi a causa della competizione in parola. In primo luogo, ancora una volta, c’è la cosiddetta “questione settentrionale” a turbare i sogni del Pdl. Per il partito di Berlusconi il Nord si conferma croce e delizia, un grande serbatoio di voti per il centrodestra ma, nel contempo, un territorio da condividere con un alleato spesso scomodo come la Lega. Non sono in pochi ad affermare che tra il Piemonte ed il Veneto si aggira uno spettro che non lascia affatto tranquilli il Presidente del Consiglio ed i suoi collaboratori. I dirigenti del Pdl nel Nord Est da tempo avvertono gli uomini che occupano le massime cariche nazionali del partito: qui si rischia il sorpasso, alle prossime regionali la Lega può scavalcarci. Quanto siano fondati tali timori, onestamente, lo ignoro (io vivo al di sotto della linea gotica), ma se a confermare questa analisi sono pure opinionisti e commentatori del Settentrione, per di più di area Pdl, viene da pensare che il rischio esista davvero. Ed ammettendo pure che il sorpasso non ci sia, può comunque accadere che si riduca notevolmente la forbice tra le percentuali dei consensi delle due forze del centrodestra. In quel caso, non sarà affatto piacevole per il Pdl sentirsi sul collo l’alito dei leghisti. Umberto Bossi, notoriamente, il suo peso politico sa farlo valere eccome. Ci dispiace annoiare il lettore tornando sui soliti argomenti, ma ci tocca nuovamente ripetere quanto andiamo scrivendo da qualche anno: non è tanto l’ideale federalista a dare alla Lega la capacità di raccogliere molti suffragi, quanto la sua battaglia contro l’immigrazione selvaggia e per la tutela dell’ordine pubblico, due questioni che – a torto o a ragione – nell’immaginario collettivo, specie al Nord, sono strettamente legate tra loro. Il partito di Bossi, agli occhi di tanti italiani, anche meridionali, è l’unico davvero law and order. E si sa che in tempi come questi simili forze politiche hanno una grande capacità d’attrazione.
La sinistra, invece, è alle prese con problemi d’altra natura. Quanto è avvenuto in Puglia di recente, con la vittoria del Presidente della Regione uscente, Nichi Vendola, alle elezioni primarie contro il candidato ufficiale del Pd, è l’ennesima dimostrazione che all’interno del suddetto partito si fa fatica a comporre la frattura tra i vertici e la base. E trattandosi del più importante partito del centrosinistra il quadro generale per la coalizione è tutt’altro che incoraggiante. In più, si mette male anche in Emilia Romagna, la roccaforte storica una volta del P.c.i., oggi del Pd ed i suoi alleati. «Essere comunisti in Emilia Romagna è come essere repubblicani in Texas», scrisse una trentina d’anni fa un giornalista, tanto per rendere l’idea. Ebbene, il Sindaco di Bologna, qualche settimana fa, è stato costretto a dimettersi dopo essere stato accusato di avere speso denaro pubblico per pagarsi viaggi ed alberghi andandosene in giro per il mondo con la sua segretaria. Accusa tutta da dimostrare, ma in Abruzzo è bastato solo che alcune inchieste giudiziarie avessero inizio perché il centrodestra conquistasse Regione, Comune e Provincia di Pescara.
A rendere la situazione generale quanto mai incerta è anche la figura di Renata Polverini, candidata del centrodestra alla carica di Presidente della Regione Lazio. È un’ex sindacalista, per questo abbastanza invisa a buona parte dell’elettorato di centrodestra, liberale e liberista. Viene ritenuta una fedelissima di Gianfranco Fini, altra personalità che divide la base del Pdl. Per concludere: tra Vendola, Bologna e la Polverini, io penso che i bookmakers siano in crisi.
Mauro Ammirati

mercoledì 18 novembre 2009

Quel che resta della recessione


Il peggio è passato, dicono gli esperti, adducendo gli indicatori economici a sostegno della loro tesi (beninteso, sono gli stessi esperti che la crisi non l’avevano prevista, il mondo ci stava crollando addosso ma a sentir loro andava tutto bene). L’economia è in ripresa, la tempesta sta per cessare ma, aggiungono gli analisti, perché i livelli occupazionali tornino quelli antecedenti al settembre 2008 (l’inizio della recessione), bisognerà aspettare, probabilmente, un bel po’. In effetti, comincia, finalmente, a diffondersi un certo ottimismo – lo constatiamo, con compiacimento, anche noi -, sono mutate le aspettative (che in economia sono molto più importanti di quanto comunemente si creda) ed è certo che si è riusciti ad evitare che la recessione, come nel 1929, diventasse depressione ed assumesse dimensioni catastrofiche. Il 2010 dovrebbe essere l’anno della svolta e la speranza, ovviamente, è che lo sia davvero. Un altro anno come quello che sta per concludersi avrebbe conseguenze incalcolabili. Detto questo, va fatta, inevitabilmente, una considerazione. Le recessioni costituiscono anche un’opportunità per affrontare e risolvere alcuni problemi. Quando ci si riesce, l’economia esce dalla crisi più forte e più solida di quanto vi fosse entrata. Le recessioni costringono a riflettere sui propri errori, a fare una disamina generale, a rivedere tutto, ad andare alla radice dei problemi. Ora, la domanda è: le analisi della crisi attuale ed in via superamento consentono di affermare che le sue cause sono state veramente comprese e rimosse? A noi, francamente, pare di no. Una sola analisi ci ha veramente convinti, l’unica che sia andata in profondità ed il suo autore non è un economista, ma un teologo. La migliore spiegazione dei mali dell’economia internazionale dei giorni nostri è quella che si può leggere nelle pagine della enciclica sociale “Caritas in Veritate”. Per chi l’avesse dimenticato, la recessione ha avuto inizio quando milioni di famiglie americane non sono più state in grado di pagare le rate del mutuo. È stata l’avidità dei grandi manager bancari degli States a portare il mondo sull’orlo del baratro. «L’economia infatti ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento», scrive nella suddetta enciclica Benedetto XVI. Già, l’etica. Andare alla ricerca di cause prettamente “tecniche” del disastro significa ritrovarsi sempre punto e daccapo. L’economia non è un mondo a parte, non può ridursi semplicemente a “tecnica”, quindi non può illudersi di fare a meno di saldi princìpi morali. Quest’illusione, prima o poi, ha effetti devastanti. Sostituire ai vertici delle grandi banche i vecchi manager con dei nuovi altrettanto spregiudicati significa andare dritti verso una nuova recessione. È solo questione di tempo. Il Papa scrive anche: «Talvolta nei riguardi della globalizzazione si notano atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana.» La globalizzazione, infatti, non è buona o cattiva di per sé, essa comporta rischi ed offre opportunità. È solo uno strumento, spetta all’uomo decidere che uso farne. Se n’è fatto finora un uso cattivo, che ha inasprito le ineguaglianze nei popoli e tra i popoli. Nell’economia globalizzata, spiega Benedetto XVI, «l’aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri deve essere considerato come vero strumento di creazione di ricchezza per tutti». Gli Stati sviluppati potranno destinare «maggiori quote del loro prodotto interno lordo… anche rivedendo le politiche di assistenza e di solidarietà sociale al loro interno, applicandovi il principio di sussidiarietà e creando sistemi di previdenza sociale maggiormente integrati, con la partecipazione attiva dei soggetti privati e della società civile. In questo modo è possibile perfino migliorare i servizi sociali e di assistenza e, nello stesso tempo, risparmiare risorse, anche eliminando sprechi e rendite abusive, da destinare alla solidarietà internazionale.» Se negli ultimi anni, invece che agli economisti, avessimo dato retta ai teologi, forse ora non saremmo qui a farci coraggio dicendoci che il peggio è passato.
Mauro Ammirati