Mauro Ammirati
martedì 11 giugno 2013
Quando i dati vengono torturati
Al
ballottaggio delle elezioni amministrative ha votato il 48,51% degli aventi
diritto, al primo turno la percentuale era stata del 59,76%. A Roma il nuovo
Sindaco è stato scelto dal 45% degli elettori. Il centrosinistra ha sbaragliato
centrodestra e M5s dappertutto, in alcuni casi con un notevole divario, come
nella capitale (circa 30 punti percentuali) o a Imperia (quasi 50 punti) o
Ancona (circa 25 punti). Si aggiunga che il centrosinistra ha vinto anche a
Treviso, uno dei capoluoghi dove la Lega Nord sembrava imbattibile. In
apparenza, c’è poco da discutere: crolla il movimento di Beppe Grillo, che solo
quattro mesi fa raccoglieva il 25% alle elezioni politiche; crollano il Pdl ed
i suoi alleati, che, come si dice in gergo calcistico, «non sono mai entrati in
partita». Ammesso che si possa parlare di vincitori quando più della metà degli
elettori non vota, ha vinto il Pd, che qualche settimana fa dava l’impressione
di essere una forza politica allo sbando ed a rischio scissione. Ma in certi
casi è bene ricordarsi quel che dice un fisico americano: «Prendete i dati e
torturateli. Prima o poi confesseranno.» O come ammonisce un noto giornalista
sportivo: «Esistono le bugie, le grandi bugie e le statistiche.» Occhio ad una
lettura superficiale delle cifre. Queste ci dicono che il centrosinistra
scoppia di salute, il Pdl è praticamente un rottame ed il M5s qualcosa di
simile ad un temporale estivo. È davvero così? Certo che no. Se più della metà
dei cittadini ricusa di esercitare il diritto di voto significa che la crisi
della politica è ormai irreversibile. «Questa è la vostra ultima occasione», ha
dichiarato solennemente Giorgio Napolitano davanti all’intero Parlamento,
durante il discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica,
all’inizio del suo secondo mandato. I rappresentanti della nazione, come li
definisce la Costituzione, non ne sono pienamente consapevoli, visto che non
hanno ancora trovato uno straccio d’accordo su una questione importante come la
legge elettorale. In certe analisi, poi, fondamentali sono i termini di
confronto. Sono sempre stato dell’idea che accostare i risultati del voto
amministrativo e di quello politico sia, metodologicamente, un’operazione,
almeno, discutibile, per non dire imprudente. Nel primo caso, si sa, incidono
fattori locali, a cominciare dal giudizio sull’operato della Giunta comunale
uscente e questioni che nelle singole comunità spaccano in due l’opinione
pubblica, come l’isola pedonale, la filovia, l’inceneritore... Aggiungete che,
da vent’anni a questa parte, il Sindaco in Italia è eletto direttamente dal
popolo, dunque le qualità personali dei singoli candidati possono decidere una
competizione. Per raccogliere consenso alle elezioni politiche possono bastare
pochi messaggi, ma forti, si pensi alla campagna elettorale di Beppe Grillo ed
ai suoi slogan nello scorso inverno: «Mandiamoli tutti a casa», «Facciamo un
referendum sull’euro», «Restituiremo tre quarti dell’indennità di parlamentare»…
Berlusconi, nella stessa campagna elettorale, promise non solo di abrogare
l’imposta comunale sugli immobili, ma anche di restituire quella già pagata. Proposte
semplici, ma che fanno breccia
nell’elettorato e che denotano un certo talento nella difficile arte
della comunicazione (non a caso, stiamo parlando d’un comico, cioè un uomo di
spettacolo e del principale editore televisivo privato italiano). Nel voto
amministrativo, invece, è importante principalmente il radicamento territoriale
ed il Pd è l’unico forza politica in Italia, relativamente, strutturata. Riesce
ancora a mobilitare qualche milione di elettori quando organizza elezioni
primarie, mantiene un forte legame con il sindacato e, proprio grazie al
radicamento, nelle varie città riesce sempre a trovare il ricambio. Il M5s ha
un’origine recente e la formazione d’una classe dirigente in ogni regione e
provincia è un processo che esige tempi lunghi. Quanto al Pdl, sono proprio i
suoi dirigenti a dire che senza Berlusconi il loro partito non esisterebbe.
Quindi, è già un mezzo miracolo se i candidati di centrodestra accedano ai
ballottaggi. Forse, se il Pdl cominciasse a pensare ad un futuro senza
Berlusconi (perché nessuno è eterno), quindi a formare una nuova generazione di
dirigenti, farebbe un grande favore a se stesso ed alla democrazia italiana.
lunedì 22 aprile 2013
Il presidenzialismo è altra cosa
Come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere. Quanto è
avvenuto in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica -
deflagrazione del Pd e conferimento della carica, nuovamente, al Capo di Stato
uscente - ha spinto più d’un osservatore politico a proporre per l’Italia il
sistema presidenziale. La proposta è fondata su due argomenti: l’elezione
diretta del Presidente della Repubblica eviterebbe che un Paese venisse, di
fatto, lasciato allo sbando e che in Parlamento avesse luogo un’indecorosa
guerra per bande, com’è avvenuto con le votazioni sulle candidature di Franco
Marini e Romano Prodi. E questo è vero. Il secondo argomento è che dalla
presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, il Capo di Stato è andato assumendo sempre
maggiori poteri, al punto che si può già considerare l’Italia una repubblica
presidenziale, tanto vale, quindi, che se ne prenda atto. E questo, invece, non
è vero. A scanso di equivoci, io sono presidenzialista e non può che farmi
piacere se tanta gente si converte alla nostra causa, ciò non toglie che
un’analisi sbagliata resti un’analisi sbagliata. È indubitabile che negli
ultimi venti anni il Capo dello Stato ha avuto un ruolo, non decisivo, ma
straordinariamente importante in determinate circostante, l’ultima in ordine di
tempo, la formazione del governo Monti. Va però precisato che, in realtà, in
tutte queste circostanze, il Presidente della Repubblica altro non ha fatto che
esercitare i poteri che gli vengono attribuiti dalla Costituzione. Dalla
situazione venuta a determinarsi con la separazione tra Lega Nord e
centrodestra, nel 1994 (e conseguente nascita del governo Dini), fino alle
dimissioni di Berlusconi nell’autunno 2011 (e conseguente nascita del governo
dei tecnici), passando per la caduta dei due governi presieduti da Romano
Prodi, il rappresentante della massima carica dello Stato si è sempre,
scrupolosamente (com’è suo dovere) attenuto alla Carta. Per essere chiari: non
sono aumentati i poteri del Presidente della Repubblica, semplicemente questi
poteri sono stati esercitati a discrezione dello stesso Presidente, senza che
la Legge fondamentale venisse violata. Non è un caso che si affermi che la
tendenza presidenzialista abbia cominciato a delinearsi con la presidenza
Scalfaro. Cioè, nel 1992, l’anno in cui scoppia Tangentopoli, l’evento che,
unendosi al crollo del comunismo, cancella in Italia un intero sistema
politico. Fin quando erano esistiti partiti strutturati, radicati, coesi e
disciplinati al loro interno, come Pci e Dc, la libertà di manovra del
Presidente della Repubblica era sempre stata assai modesta. In una repubblica
parlamentare, di regola, quando i partiti fanno bene il loro mestiere, il ruolo
del Capo dello Stato è marginale. La scomparsa dei due grandi partiti di massa,
oltre che di quello socialista, lascia un vuoto enorme. Le forze politiche di
nuova formazione (Lega, Forza Italia, Ppi, Alleanza nazionale, Pds...) si
mostrano incapaci di sostituire adeguatamente i partiti che hanno portato
l’Italia fuori dal dopoguerra e dal sottosviluppo, soprattutto non riescono a
costruire un nuovo sistema politico. Per farla breve, restano le vecchie
regole, cambiano gli attori, che però non hanno da dare al Paese leader come De
Gasperi, Nenni e Togliatti. Il Capo dello Stato, davanti a partiti ed alleanze
politiche che nascono e muoiono in pochi anni è costretto a svolgere un ruolo sempre
più politico, senza rinunciare a quello di garante delle regole. Per fare un
esempio pratico, sul finire del 2011, dopo le dimissioni di Berlusconi,
Napolitano poteva sciogliere il Parlamento o affidare l’incarico a Mario Monti.
Preferì, a sua discrezione – sottolineo: a sua discrezione, perché è tutto qui
il discorso - la seconda opzione. Fu una scelta eminentemente politica - come
lo sarebbe stata quella di sciogliere le camere - ma che non contrastava con la
lettera né con lo spirito della nostra Costituzione. Negli anni ’50, ’60 e ’70,
Pci e Dc non avrebbero mai messo un Capo di Stato nella condizione di dover fare
simili scelte. L’Italia non è diventata una repubblica presidenziale. La verità
è che trent’anni fa avevamo partiti degni di questo nome ed ora non più.
Mauro Ammirati
martedì 5 marzo 2013
I migliori alleati di Beppe Grillo
Il successo straordinario ottenuto dal Movimento 5 stelle
alle ultime elezioni politiche ha sorpreso tutti. Perfino il leader ed il
fondatore del movimento stesso. Si sapeva e si prevedeva, già da mesi, che i
seguaci di Beppe Grillo avrebbero raccolto un ampio consenso, bastava
trattenersi dieci minuti in un qualsiasi bar o in una qualsiasi piazza d’Italia
per capirlo. Quel che, invece, nessuno aveva previsto – secondo me, lo
ribadisco, neanche Grillo – era una così alta percentuale di suffragi: il 25%
dei votanti, una scheda elettorale su quattro, al netto delle bianche e delle
nulle. Un vero sisma politico. Così, i neofiti della politica sono passati
dall’infanzia all’età adulta, senza passare per l’adolescenza. Un conto è
entrare in Parlamento, per la prima volta, con la prospettiva di fare cinque
anni d’opposizione alla “casta” ed avere molto tempo per prendere dimestichezza
con il nuovo ruolo; altro è avere la responsabilità di essere determinanti
nella formazione d’un nuovo governo. Perché, allo stato attuale, dati i nuovi
equilibri politici e parlamentari venuti a determinarsi, sembra assai difficile
che si trovi un sostituto di Mario Monti indipendentemente dalla volontà del
Ms5. Berlusconi e Bersani hanno una schiacciante maggioranza di seggi in tutte
e due le Camere, volendo potrebbero accordarsi e fare un governo in un
qualsiasi momento, ma sono consapevoli che il 23 ed il 24 febbraio 2013, in
Italia, è accaduto qualcosa che rischia
di mettere tutto in discussione, compreso il sistema dei partiti nella sua
interezza, così come si è sviluppato e lo abbiamo conosciuto in questi decenni.
Potrei dire che ciò che oggi è sotto esame è un certo concetto di democrazia.
Leggete il programma di Grillo, vi troverete idee care a Rousseau, come la
democrazia diretta e partecipativa, cioè, un drastico ridimensionamento della
presenza e della funzione dei partiti. Solo qualche giorno fa, lo stesso Grillo
ha proposto di modificare l’articolo 67 della Costituzione, quello che vieta
che il parlamentare, l’eletto, sia soggetto a «vincoli di mandato». Pertanto,
l’errore peggiore che possano ora commettere Pd e Pdl è quello di credere che
questo nuovo fenomeno politico sia davvero solo «un movimento di protesta». Di
certo, rabbia ed indignazione suscitati da vari scandali di corruzione hanno
dato una grossa mano al M5s; ed è altrettanto certo che i partiti che hanno
governato l’Italia in questi ultimi vent’anni avrebbero fatto molto meglio a
praticare per primi l’austerità, dando il buon esempio (per esempio, dimezzandosi
le indennità parlamentari), invece che pretendere di esserne affrancati. Era il
modo più sicuro per guadagnarsi il disprezzo di milioni di connazionali. Ma il
successo di Grillo è dovuto anche ad altro. I suoi migliori alleati, in questa
campagna elettorale, sono stati la Bce ed il Cancelliere Merkel, che hanno
imposto una politica deflattiva agli Stati dell’Europa meridionale. Un euro ad
immagine e somiglianza del marco tedesco – si abbia l’onesta intellettuale di
ammetterlo – è stato un esperimento fallimentare. Berlusconi e Tremonti, quando
erano al governo lo sussurravano soltanto, Grillo lo ha gridato nelle piazze.
Imporre l’austerità in piena recessione è un grave rischio, pensare di
combattere la deflazione senza incrementare la spesa pubblica è una pericolosa
illusione (che in Grecia porta voti ad “Alba dorata”). Ora in Germania temono
che l’Italia esca dall’unione monetaria. A Berlino farebbero bene a cospargersi
il capo di cenere. Questi sono i frutti avvelenati di scelte dissennate imposte
da loro.
Mauro Ammirati
mercoledì 7 novembre 2012
I due tempi della democrazia
Gli americani rieleggono Obama alla Presidenza della
Repubblica. Nel momento in cui scrivo, non si hanno ancora dati precisi su voti
popolari e grandi elettori, ma è certo che il primo Presidente afroamericano
della storia degli States ha vinto la sfida contro il repubblicano Romney ed
ottenuto il secondo mandato. Four more years, gridano i suoi
sostenitori, altri quattro anni alla Casa Bianca, sperando che siano meno
turbolenti dei quattro precedenti, segnati dalla depressione economica. Sulle
ragioni della vittoria del candidato democratico non intendo soffermarmi, a mio
parere, noi italiani dovremmo riflettere su un altro aspetto della competizione
appena conclusa. Agli americani, si sa, piace lo spettacolo, anche la
nomination e la campagna elettorale devono somigliare ad uno show, il candidato
deve parlare della sua infanzia e della sua gioventù, portarsi dietro la
moglie, abbracciarla e baciarla in pubblico..., cose che a noi italiani –
diciamocelo francamente - fanno sorridere. Se da noi il Capo di governo
soltanto accarezzasse il coniuge davanti a telecamere e fotografi, verrebbe
sbertucciato da tutti, la satira politica si sfregherebbe le mani.
Consideriamola una debolezza dei nostri amici d’oltreoceano, qualcosa che si
può anche perdonare. Per il resto, è difficile che non si provi invidia vedendo
il popolo degli Stati Uniti quando deve scegliersi il Capo dello Stato. Nessuna
opera umana, per definizione, può essere perfetta, neppure la Costituzione
americana lo è (come ha anche spiegato in una raccolta di saggi, pubblicata
recentemente, il politologo Robert A. Dahl), ma lo storico documento redatto
dalla Convenzione di Filadelfia nel 1787 rimane un capolavoro di diritto
costituzionale, politica e filosofia. Ciò che ha consentito agli Stati Uniti di
diventare una potenza mondiale, come aveva profetizzato Alexis de Tocqueville
agli albori del XIX secolo, è il sistema istituzionale che li tiene insieme.
Barack Obama vince la competizione per la Presidenza, i repubblicani mantengono
la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, ma per gli americani non è
affatto un problema. Da loro, infatti, è quasi la regola. La Costituzione stabilisce
una rigida ed integrale separazione dei poteri, secondo l’insegnamento di
Montesqueiu: il Capo dello Stato non può sciogliere il Parlamento, ma non può
essere da questo sfiduciato; i giudici federali vengono nominati dal
Presidente, con il consenso del Senato, ma sono inamovibili, la nomina è a vita
e l’indennità che viene loro corrisposta non può essere diminuita finché
restano in carica. È il sistema Checks
and Balances, “freni e contrappesi”, che regge impeccabilmente da due
secoli. Io sono orgoglioso di essere italiano, vivo in un Paese che amo
profondamente, ma che mi fa imbestialire ogni giorno, perché non vuole proprio
capire che la democrazia, come insegnano i grandi costituenti americani, vive
di due tempi: quello della discussione e quello della decisione. Una democrazia
senza governi stabili e, quindi, incapace di decidere, prima o poi scivola nel
disordine, nel caos. E nel caos attecchiscono illegalità e corruzione. I nostri
costituenti, nell’immediato dopoguerra, scrissero la migliore costituzione
possibile, dato il contesto in cui operarono. Lasciarono alle generazioni
successive il compito di migliorarla. Un compito che non abbiamo saputo
assolvere. Nel 1788, Alexander Hamilton,
James Madison e John Jay, per convincere il popolo di New York a ratificare la
Costituzione redatta a Filadelfia, scrivevano: «La stabilità del governo è
indispensabile tanto per il raggiungimento della coscienza nazionale e per i
vantaggi che ne derivano quanto per istillare quiete e fiducia nel cuore del
popolo; vale a dire, quanto di meglio ha da offrire una società politica» (The Federalist).
Mauro Ammirati
mercoledì 12 settembre 2012
Una scelta difficile
Silvio Berlusconi, di recente, ha dichiarato in diverse
circostanze che sta pensando seriamente di presentare, per la sesta volta (!),
alle prossime elezioni politiche, la sua candidatura alla guida del governo. Si
è riservato qualche mese per riflettere, non prenderà alcuna risoluzione, ha
fatto sapere, prima di ottobre. Non è da escludere che sia un’abile mossa
tattica, studiata a tavolino – come alcuni sostengono – per mettere in
difficoltà il centrosinistra, uno schieramento tenuto insieme, per diciotto anni,
solo dall’avversione comune allo stesso Berlusconi. All’indomani
dell’insediamento del governo Monti, lo smarrimento del Partito Democratico e
degli altri partiti di centrosinistra era palpabile. Privi del “nemico”, considerato
per quasi un ventennio la principale causa di tutti i problemi italiani, il
“male” da debellare ad ogni costo, sembrava non sapessero più che dire e che
fare. Forse allora hanno capito che la guerra ad oltranza al Cavaliere di
Arcore, cominciata nel 1994 e combattuta pervicacemente fino all’autunno 2011,
li aveva ormai disabituati a fare politica. Avendo anteposto, per molto tempo, l’abbattimento
di Berlusconi a tutto, compresa l’elaborazione di idee e programmi,
inevitabilmente, venuto a mancare il nemico, il centrosinistra è caduto in una
crisi d’identità. Ecco perché, come insegnano i politologi, la vittoria uccide.
Ne sanno qualcosa i democristiani italiani, che hanno visto il loro partito
sbriciolarsi insieme al muro di Berlino. Consapevole di questo, il fondatore
del (fu) centrodestra, ora preferisce giocare a carte coperte, tenendo la sua
strategia in sospeso porta scompiglio nel campo opposto. La contrapposizione
tra Bersani ed il giocane Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, nelle primarie nel
Partito Democratico, è divenuta una resa dei conti tra generazioni. Da un
simile scontro, un forza politica rischia di uscire ridotta in macerie. Ma,
tatticismi a parte, verosimilmente, Berlusconi è davvero incerto sul da farsi.
Ammesso che abbia già preso una decisione, sicuramente questa non è definitiva
ed irrevocabile. Il futuro presenta troppe incognite per buttarsi nella mischia
senza esitazioni, come fece diciotto anni fa. Le ragioni dell’indecisione di
Berlusconi aiutano a capire il quadro generale. Per cominciare, non si sa con
quale legge elettorale si andrà a votare. Se come pare assai probabile, resterà
in vigore quella attuale, che assegna un premio di maggioranza alla coalizione
vincente, il rischio per il Pdl sarà alto, perché la nascita del governo Monti
ha segnato la fine dell’alleanza con la Lega, il cui nuovo leader, Roberto
Maroni, medita di rinunziare a presentare liste del suo partito alle elezioni
politiche, per rafforzare l’identità della stessa Lega come “partito del
territorio”, cioè, del Nord. Se non si rinsalda il rapporto con il leghisti, per
il Pdl conseguire il premio di maggioranza sarà assai difficile. Inoltre, non
si sa quale sarà la situazione economica mondiale tra tre o quattro mesi, infatti
non si esclude che ci si debba affidare ai tecnici anche nella prossima
legislatura. Fu proprio la tempesta finanziaria dell’estate 2011 ad indurre
Berlusconi a dimettersi da Capo di governo. Quindi, è impensabile che certe
valutazioni ora proprio lui non le faccia. Infine, non si sa neppure quanti
elettori andranno a votare e quanti consensi raccoglierà il “Movimento 5
stelle”, il cui programma stabilisce di sostituire la democrazia
rappresentativa con la democrazia diretta, da praticarsi tramite il web (un
esperimento che non avrebbe precedenti nella storia). In altri termini, nel
caso non sia ancora chiaro, le prossime elezioni potrebbero concretizzarsi in
una specie di “processo di piazza” ad un’intera classe politica. Detto tra noi,
non sarei sorpreso se Berlusconi alla fine rinunziasse.
martedì 3 luglio 2012
Il peso della storia
Sul campo di calcio li abbiamo battuti ancora una volta. Nel
football, ormai è chiaro, siamo più bravi noi. Italia e Germania, due scuole
calcistiche diverse, direi agli antipodi. Noi che giochiamo palla a terra,
curiamo di più la tecnica, sappiamo, come si dice, «saltare l’uomo» e mantenere
il possesso della sfera di cuoio negli spazi stretti. Siamo latini, ma molto
più abili nella tattica di spagnoli (il 4-0 con cui si è conclusa la finale
dell’Europeo è da attribuire semplicemente al divario qualitativo delle due
squadre e, comunque, quanto a tecnica gli spagnoli sono più latini di noi),
francesi, portoghesi, argentini, per non parlare dei brasiliani, che spesso
vanno allo sbaraglio. I tedeschi confidano nella loro prestanza e nel loro
temperamento, schierano quattro “armadi” in difesa, centrocampisti laterali
veloci che buttano palloni alti nell’area avversaria, dove due colossi mettono
in mostra la loro arma migliore, talvolta l’unica, che è il colpo di testa.
Detto tra noi, non ricordo un solo tedesco che avesse piedi buoni, eccetto
Franz Beckenbauer, lui sì, aveva il tocco delicato e giocava di fino, ma era
un’eccezione. Per intenderci, un Pirlo o un Cassano teutonico, un calciatori
tedesco che nasconda la palla all’avversario, difficilmente lo vedrete. Scuole
diverse, dicevamo, tradizioni calcistiche che hanno molto poco, forse nulla, in
comune. Per la semplice ragione che sono i due popoli ad avere poco, forse
nulla, in comune. Ciononostante, siamo due tra i Paesi fondatori della Ceca,
che poi divenne Cee ed oggi si chiama Unione europea. Ma solo un italiano come
Alcide De Gasperi, che parlava tedesco ed era nato e cresciuto nel Trentino
austriaco, poteva intendersi con Konrad Adenauer ed evitare che la gestazione
d’una nuova Europa fosse più travagliata. C’era tanta diffidenza allora come ce
n’è tanta oggi, tra noi e loro. Ed è proprio questa, la diffidenza, a
complicare il rapporto tra la Germania e l’Italia e ad originare molto spesso
incomprensioni tra esse. Invero, quando c’è di mezzo il denaro, i tedeschi sono
diffidenti con tutti. Per ragioni culturali, sicuramente, ma soprattutto per
ragioni storiche. Mi riferisco a vicende che ci hanno fatto studiare a scuola,
ma sulle quali, forse, non abbiamo riflettuto abbastanza. Il cancelliere Merkel
difende l’euro così com’è, oppone un deciso “nein” a qualsiasi modifica dello
statuto della Bce ed esige che ogni Paese dell’unione monetaria pratichi il
massimo rigore nei conti pubblici. Perché? Perché da certe esperienze sono
rimasti marchiati a fuoco. Nella Repubblica di Weimar, nell’ottobre del 1923,
il valore del dollaro salì a 25 miliardi (dico: miliardi) di marchi. I tedeschi
andavano a fare spesa con carriole piene di banconote ridotte a carta straccia.
La situazione economica precipitò al punto che un pittore austriaco senza arte
né parte, in pochi anni, diventò padrone
assoluto del Paese. Da allora, i tedeschi hanno – comprensibilmente – la fobia
del deficit pubblico e della svalutazione monetaria, non è un caso che uno dei
capisaldi della Repubblica Federale di Germania è la valuta forte, garantita
dall’autonomia dal potere politico della banca d’emissione. Quindi, della
moneta unica europea e di legare il proprio destino a quello di popoli
spendaccioni come il nostro i tedeschi avrebbero fatto volentieri a meno.
Accettarono, obtorto collo, di
aderire all’euro unicamente perché questo era il prezzo da pagare alla
riunificazione con l’ex Germania comunista. La notte tra il 9 ed il 10 novembre
1989, come si sa, cambia la storia del mondo. Crolla il Muro di Berlino, in
tutta Europa, a Parigi soprattutto, rivedono vecchi fantasmi. Una Germania
economicamente potente e riunificata incute troppa paura. Andreotti dichiara: «Amo
così tanto la Germania che vorrei ce ne fossero sempre due». Mitterand è
pienamente d’accordo. C’è un solo modo per i tedeschi di rassicurare gli altri
Paesi europei ed è quello di rinunciare alla loro arma più potente: il marco.
In cambio la Germania ottiene che alla Bce venga affidato il solo compito di
prevenire l’inflazione, cioè che abbia le mani legate nell’emissione di
banconote. L’euro, così come lo conosciamo, dunque, è nato da due fobie: quella
tedesca per il deficit pubblico e quella francese per i tedeschi. Quando si
chiede alla Merkel di acconsentire che la Bce diventi una banca d’emissione
come la Fed americana o come qualsiasi altra banca centrale, si va a sbattere
contro un muro. Ai tedeschi si può chiedere tutto. Ma sulla moneta forte non
transigono.
Mauro Ammirati
giovedì 10 maggio 2012
Beati i francesi
Stavolta
i sondaggisti hanno fatto centro, le loro previsioni si sono avverate. Nel
primo turno delle elezioni amministrative, tenutosi il 6 ed il 7 maggio, il Pdl
è crollato, al Pd è andata un po’ meglio, la Lega ha perso anche nelle sue
roccaforti ed il Terzo polo è stato praticamente annientato. I partiti,
consapevoli che la loro popolarità è ai minimi storici, si sono presentati, un
po’ dappertutto, sotto mentite spoglie, nascondendo i propri simboli dietro
quelli delle liste civiche, un modo furbesco (ma, tutto sommato, comprensibile)
di ammorbidire l’attesa mazzata (che, comunque ed a scanso di equivoci, c’è
stata). Non è un caso che, tanto per fare un esempio, l’unico Sindaco leghista
che abbia ottenuto un grande successo sia Flavio Tosi, Sindaco uscente e
confermato di Verona, dove - a costo di scatenare nei mesi scorsi una guerra
nel suo partito - ha voluto testardamente presentare una lista che portasse
solo il suo nome. Aveva fiutato l’aria ed i fatti gli hanno dato ragione. Il
responso delle urne, oggettivamente, indebolisce il governo Monti e rappresenta
un altro segnale diretto a Berlino, aggiungendosi a quelli proveniente da
Parigi ed Atene. L’Europa è sempre più insofferente del rigore finanziario
predicato, preteso ed imposto dalla signora Merkel, piuttosto che pagare un
prezzo così alto all’egemonia germanica molti europei preferiscono rinunciare
alla moneta unica e tornare alle valute nazionali (c’è poco da fare, i tedeschi
quando vogliono comandare non piacciono, neppure se vestono abiti civili ed
usano le maniere gentili). L’area del disagio sociale in Italia va allargandosi
sempre più, strada facendo l’esecutivo dei tecnici è andato perdendo il credito
che aveva otto mesi fa. Nel Pdl si discute se sia opportuno continuare a
sostenere il governo Monti, Berlusconi è tentato dall’idea di abbandonare i
ministri professori al loro destino, probabilmente sono le troppe incognite a
trattenerlo. La politica non sembra ancora pronta a riprendere in mano la
situazione, c’è ancora del lavoro “sporco” da fare ed i partiti non hanno
l’autorevolezza necessaria per farsene carico; andare alle elezioni politiche
con questa legge elettorale comporterebbe il rischio di consegnare il Paese
all’ingovernabilità; Berlusconi e gli altri leaders sanno che il governo
tecnico offre la migliore congiuntura possibile per fare le riforme
costituzionali e che senza di queste si rischia seriamente di sprofondare nel
caos, com’è accaduto in Grecia, dove si è appena votato e si sta già pensando
di tornare nuovamente al voto. In altri termini, i francesi possono permettersi
di scegliere il cambiamento ed eleggere Hollande, senza che questo comporti
contraccolpi pericolosi per la Repubblica, perché (grazie principalmente a quel
grande statista di Charles de Gaulle) hanno un sistema istituzionale e politico
che dal 1963 ha dato ottima prova di sé. Noi ed i greci uno Stato come quello
francese non siamo ancora riusciti a darcelo ed ora la storia presenta il
conto.
Pressoché unanimemente, sostengono i commentatori politici che
ad aver vinto le elezioni amministrative siano stati il comico Beppe Grillo ed
il suo Movimento 5 stelle, che hanno ottenuto a livello nazionale l’8,74% dei
consensi. Quella di Grillo viene considerata «la vittoria dell’antipolitica»,
cioè del qualunquismo e della demagogia. Su questo si potrebbe discutere a
lungo, magari un giorno su queste colonne lo faremo. Ma ammesso (e non
concesso) che sia così, allora si può solo sentenziare: è la cattiva politica a
suscitare ed alimentare l’antipolitica. Chi rompe paga ed i cocci sono suoi.
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