mercoledì 4 settembre 2013

I rischi di un'ampia diserzione


         Non possiamo sapere se davvero Berlusconi toglierà la fiducia al governo Letta, come minaccia da un mese, nel caso la Giunta per le elezioni del Senato lo dichiari decaduto dalla carica di senatore. L’organo in questione comincerà a discuterne dal 9 settembre, ma comunque vadano le cose, alcune considerazioni possiamo farle sin da ora. Cominciamo con il dire che il quadro politico è quanto mai complesso, le variabili indipendenti o, come suol dirsi, le incognite sono diverse. Sappiamo con certezza che il voto anticipato è richiesto dal leader del M5s, Beppe Grillo, dalla Lega nord e, pare, da una buona frazione del Pdl. Ma non è affatto sicuro che una crisi di governo porti ad elezioni anticipate. Il Presidente della Repubblica, in più di un’occasione, ha fatto capire chiaramente che, se Enrico Letta verrà sfiduciato, le tenterà tutte prima di sciogliere il Parlamento. Il Capo di Stato non può certo inventarsi una maggioranza parlamentare che non c’è, non può crearla dal nulla, davanti ad un Parlamento di minoranze incomunicabili può solo indire nuove elezioni. Ma, da questo punto di vista, ciò che sta accadendo nei gruppi parlamentari del M5s merita di essere seguito con attenzione. In sette mesi di legislatura vi sono già state clamorose defezioni tra gli eletti di tale forza politica, nelle ultime settimane Beppe Grillo ha ribadito con fermezza di non essere affatto disposto a stipulare un’alleanza di governo con il Pd, ma diversi senatori e deputati del M5s in proposito hanno già detto di pensarla diversamente dal leader. Ulteriori defezioni o – qualcuno azzarda – una scissione potrebbe spianare la strada alla formazione d’una nuova maggioranza e d’un nuovo esecutivo. E, comunque, la sola possibilità che questo accada è sufficiente per indurre chi vuole mandare a casa Enrico Letta a tenere un comportamento più prudente. In secondo luogo, la storia della Repubblica insegna che le elezioni anticipate non premiano chi le ha volute. Il diritto di voto è una gran bella cosa, ma neanche al popolo sovrano piace rinnovare le assemblee elettive troppo di frequente. In Italia le elezioni politiche si sono tenute nello scorso febbraio, tornare alle urne nove o dieci mesi dopo non sarebbe un segno di buona salute per la nostra democrazia. In terzo luogo, la vicenda che è al centro del dibattito politico italiano da un mese a questa parte, cioè la sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna in appello per Silvio Berlusconi, fa tornare alla mente il cartello appeso nella famosa fattoria di George Orwell. Come si sa, c’era scritto: «Tutti gli animali sono eguali davanti alla legge, ma alcuni animali sono più eguali degli altri.» Berlusconi ha chiesto insistentemente al Pd ed ai colleghi senatori della Giunta per le elezioni di essere dichiarato «più eguale degli altri», definendo la sua permanenza nella carica un «atto di pacificazione». Ora, se il governo cadesse per un mancato «atto di pacificazione» e si andasse davvero alle urne, la campagna elettorale inesorabilmente diverrebbe una referendum sulla magistratura italiana e sulla riforma del sistema giudiziario. Il punto è:  quanto interesserebbe all’elettorato partecipare ad uno scontro simile, in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è arrivata al 40% ed a causa della recessione i suicidi sono quasi all’ordine del giorno? Forse è il caso di ricordare che alle ultime elezioni regionali ad aver vinto, anzi stravinto, è stato il partito della diserzione.

         Mauro Ammirati       

martedì 11 giugno 2013

Quando i dati vengono torturati

Al ballottaggio delle elezioni amministrative ha votato il 48,51% degli aventi diritto, al primo turno la percentuale era stata del 59,76%. A Roma il nuovo Sindaco è stato scelto dal 45% degli elettori. Il centrosinistra ha sbaragliato centrodestra e M5s dappertutto, in alcuni casi con un notevole divario, come nella capitale (circa 30 punti percentuali) o a Imperia (quasi 50 punti) o Ancona (circa 25 punti). Si aggiunga che il centrosinistra ha vinto anche a Treviso, uno dei capoluoghi dove la Lega Nord sembrava imbattibile. In apparenza, c’è poco da discutere: crolla il movimento di Beppe Grillo, che solo quattro mesi fa raccoglieva il 25% alle elezioni politiche; crollano il Pdl ed i suoi alleati, che, come si dice in gergo calcistico, «non sono mai entrati in partita». Ammesso che si possa parlare di vincitori quando più della metà degli elettori non vota, ha vinto il Pd, che qualche settimana fa dava l’impressione di essere una forza politica allo sbando ed a rischio scissione. Ma in certi casi è bene ricordarsi quel che dice un fisico americano: «Prendete i dati e torturateli. Prima o poi confesseranno.» O come ammonisce un noto giornalista sportivo: «Esistono le bugie, le grandi bugie e le statistiche.» Occhio ad una lettura superficiale delle cifre. Queste ci dicono che il centrosinistra scoppia di salute, il Pdl è praticamente un rottame ed il M5s qualcosa di simile ad un temporale estivo. È davvero così? Certo che no. Se più della metà dei cittadini ricusa di esercitare il diritto di voto significa che la crisi della politica è ormai irreversibile. «Questa è la vostra ultima occasione», ha dichiarato solennemente Giorgio Napolitano davanti all’intero Parlamento, durante il discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica, all’inizio del suo secondo mandato. I rappresentanti della nazione, come li definisce la Costituzione, non ne sono pienamente consapevoli, visto che non hanno ancora trovato uno straccio d’accordo su una questione importante come la legge elettorale. In certe analisi, poi, fondamentali sono i termini di confronto. Sono sempre stato dell’idea che accostare i risultati del voto amministrativo e di quello politico sia, metodologicamente, un’operazione, almeno, discutibile, per non dire imprudente. Nel primo caso, si sa, incidono fattori locali, a cominciare dal giudizio sull’operato della Giunta comunale uscente e questioni che nelle singole comunità spaccano in due l’opinione pubblica, come l’isola pedonale, la filovia, l’inceneritore... Aggiungete che, da vent’anni a questa parte, il Sindaco in Italia è eletto direttamente dal popolo, dunque le qualità personali dei singoli candidati possono decidere una competizione. Per raccogliere consenso alle elezioni politiche possono bastare pochi messaggi, ma forti, si pensi alla campagna elettorale di Beppe Grillo ed ai suoi slogan nello scorso inverno: «Mandiamoli tutti a casa», «Facciamo un referendum sull’euro», «Restituiremo tre quarti dell’indennità di parlamentare»… Berlusconi, nella stessa campagna elettorale, promise non solo di abrogare l’imposta comunale sugli immobili, ma anche di restituire quella già pagata. Proposte semplici, ma che fanno breccia  nell’elettorato e che denotano un certo talento nella difficile arte della comunicazione (non a caso, stiamo parlando d’un comico, cioè un uomo di spettacolo e del principale editore televisivo privato italiano). Nel voto amministrativo, invece, è importante principalmente il radicamento territoriale ed il Pd è l’unico forza politica in Italia, relativamente, strutturata. Riesce ancora a mobilitare qualche milione di elettori quando organizza elezioni primarie, mantiene un forte legame con il sindacato e, proprio grazie al radicamento, nelle varie città riesce sempre a trovare il ricambio. Il M5s ha un’origine recente e la formazione d’una classe dirigente in ogni regione e provincia è un processo che esige tempi lunghi. Quanto al Pdl, sono proprio i suoi dirigenti a dire che senza Berlusconi il loro partito non esisterebbe. Quindi, è già un mezzo miracolo se i candidati di centrodestra accedano ai ballottaggi. Forse, se il Pdl cominciasse a pensare ad un futuro senza Berlusconi (perché nessuno è eterno), quindi a formare una nuova generazione di dirigenti, farebbe un grande favore a se stesso ed alla democrazia italiana.

         Mauro Ammirati     

lunedì 22 aprile 2013

Il presidenzialismo è altra cosa


         Come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere. Quanto è avvenuto in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica - deflagrazione del Pd e conferimento della carica, nuovamente, al Capo di Stato uscente - ha spinto più d’un osservatore politico a proporre per l’Italia il sistema presidenziale. La proposta è fondata su due argomenti: l’elezione diretta del Presidente della Repubblica eviterebbe che un Paese venisse, di fatto, lasciato allo sbando e che in Parlamento avesse luogo un’indecorosa guerra per bande, com’è avvenuto con le votazioni sulle candidature di Franco Marini e Romano Prodi. E questo è vero. Il secondo argomento è che dalla presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, il Capo di Stato è andato assumendo sempre maggiori poteri, al punto che si può già considerare l’Italia una repubblica presidenziale, tanto vale, quindi, che se ne prenda atto. E questo, invece, non è vero. A scanso di equivoci, io sono presidenzialista e non può che farmi piacere se tanta gente si converte alla nostra causa, ciò non toglie che un’analisi sbagliata resti un’analisi sbagliata. È indubitabile che negli ultimi venti anni il Capo dello Stato ha avuto un ruolo, non decisivo, ma straordinariamente importante in determinate circostante, l’ultima in ordine di tempo, la formazione del governo Monti. Va però precisato che, in realtà, in tutte queste circostanze, il Presidente della Repubblica altro non ha fatto che esercitare i poteri che gli vengono attribuiti dalla Costituzione. Dalla situazione venuta a determinarsi con la separazione tra Lega Nord e centrodestra, nel 1994 (e conseguente nascita del governo Dini), fino alle dimissioni di Berlusconi nell’autunno 2011 (e conseguente nascita del governo dei tecnici), passando per la caduta dei due governi presieduti da Romano Prodi, il rappresentante della massima carica dello Stato si è sempre, scrupolosamente (com’è suo dovere) attenuto alla Carta. Per essere chiari: non sono aumentati i poteri del Presidente della Repubblica, semplicemente questi poteri sono stati esercitati a discrezione dello stesso Presidente, senza che la Legge fondamentale venisse violata. Non è un caso che si affermi che la tendenza presidenzialista abbia cominciato a delinearsi con la presidenza Scalfaro. Cioè, nel 1992, l’anno in cui scoppia Tangentopoli, l’evento che, unendosi al crollo del comunismo, cancella in Italia un intero sistema politico. Fin quando erano esistiti partiti strutturati, radicati, coesi e disciplinati al loro interno, come Pci e Dc, la libertà di manovra del Presidente della Repubblica era sempre stata assai modesta. In una repubblica parlamentare, di regola, quando i partiti fanno bene il loro mestiere, il ruolo del Capo dello Stato è marginale. La scomparsa dei due grandi partiti di massa, oltre che di quello socialista, lascia un vuoto enorme. Le forze politiche di nuova formazione (Lega, Forza Italia, Ppi, Alleanza nazionale, Pds...) si mostrano incapaci di sostituire adeguatamente i partiti che hanno portato l’Italia fuori dal dopoguerra e dal sottosviluppo, soprattutto non riescono a costruire un nuovo sistema politico. Per farla breve, restano le vecchie regole, cambiano gli attori, che però non hanno da dare al Paese leader come De Gasperi, Nenni e Togliatti. Il Capo dello Stato, davanti a partiti ed alleanze politiche che nascono e muoiono in pochi anni è costretto a svolgere un ruolo sempre più politico, senza rinunciare a quello di garante delle regole. Per fare un esempio pratico, sul finire del 2011, dopo le dimissioni di Berlusconi, Napolitano poteva sciogliere il Parlamento o affidare l’incarico a Mario Monti. Preferì, a sua discrezione – sottolineo: a sua discrezione, perché è tutto qui il discorso - la seconda opzione. Fu una scelta eminentemente politica - come lo sarebbe stata quella di sciogliere le camere - ma che non contrastava con la lettera né con lo spirito della nostra Costituzione. Negli anni ’50, ’60 e ’70, Pci e Dc non avrebbero mai messo un Capo di Stato nella condizione di dover fare simili scelte. L’Italia non è diventata una repubblica presidenziale. La verità è che trent’anni fa avevamo partiti degni di questo nome ed ora non più.   

         Mauro Ammirati

martedì 5 marzo 2013

I migliori alleati di Beppe Grillo


         Il successo straordinario ottenuto dal Movimento 5 stelle alle ultime elezioni politiche ha sorpreso tutti. Perfino il leader ed il fondatore del movimento stesso. Si sapeva e si prevedeva, già da mesi, che i seguaci di Beppe Grillo avrebbero raccolto un ampio consenso, bastava trattenersi dieci minuti in un qualsiasi bar o in una qualsiasi piazza d’Italia per capirlo. Quel che, invece, nessuno aveva previsto – secondo me, lo ribadisco, neanche Grillo – era una così alta percentuale di suffragi: il 25% dei votanti, una scheda elettorale su quattro, al netto delle bianche e delle nulle. Un vero sisma politico. Così, i neofiti della politica sono passati dall’infanzia all’età adulta, senza passare per l’adolescenza. Un conto è entrare in Parlamento, per la prima volta, con la prospettiva di fare cinque anni d’opposizione alla “casta” ed avere molto tempo per prendere dimestichezza con il nuovo ruolo; altro è avere la responsabilità di essere determinanti nella formazione d’un nuovo governo. Perché, allo stato attuale, dati i nuovi equilibri politici e parlamentari venuti a determinarsi, sembra assai difficile che si trovi un sostituto di Mario Monti indipendentemente dalla volontà del Ms5. Berlusconi e Bersani hanno una schiacciante maggioranza di seggi in tutte e due le Camere, volendo potrebbero accordarsi e fare un governo in un qualsiasi momento, ma sono consapevoli che il 23 ed il 24 febbraio 2013, in Italia,  è accaduto qualcosa che rischia di mettere tutto in discussione, compreso il sistema dei partiti nella sua interezza, così come si è sviluppato e lo abbiamo conosciuto in questi decenni. Potrei dire che ciò che oggi è sotto esame è un certo concetto di democrazia. Leggete il programma di Grillo, vi troverete idee care a Rousseau, come la democrazia diretta e partecipativa, cioè, un drastico ridimensionamento della presenza e della funzione dei partiti. Solo qualche giorno fa, lo stesso Grillo ha proposto di modificare l’articolo 67 della Costituzione, quello che vieta che il parlamentare, l’eletto, sia soggetto a «vincoli di mandato». Pertanto, l’errore peggiore che possano ora commettere Pd e Pdl è quello di credere che questo nuovo fenomeno politico sia davvero solo «un movimento di protesta». Di certo, rabbia ed indignazione suscitati da vari scandali di corruzione hanno dato una grossa mano al M5s; ed è altrettanto certo che i partiti che hanno governato l’Italia in questi ultimi vent’anni avrebbero fatto molto meglio a praticare per primi l’austerità, dando il buon esempio (per esempio, dimezzandosi le indennità parlamentari), invece che pretendere di esserne affrancati. Era il modo più sicuro per guadagnarsi il disprezzo di milioni di connazionali. Ma il successo di Grillo è dovuto anche ad altro. I suoi migliori alleati, in questa campagna elettorale, sono stati la Bce ed il Cancelliere Merkel, che hanno imposto una politica deflattiva agli Stati dell’Europa meridionale. Un euro ad immagine e somiglianza del marco tedesco – si abbia l’onesta intellettuale di ammetterlo – è stato un esperimento fallimentare. Berlusconi e Tremonti, quando erano al governo lo sussurravano soltanto, Grillo lo ha gridato nelle piazze. Imporre l’austerità in piena recessione è un grave rischio, pensare di combattere la deflazione senza incrementare la spesa pubblica è una pericolosa illusione (che in Grecia porta voti ad “Alba dorata”). Ora in Germania temono che l’Italia esca dall’unione monetaria. A Berlino farebbero bene a cospargersi il capo di cenere. Questi sono i frutti avvelenati di scelte dissennate imposte da loro.

         Mauro Ammirati       

mercoledì 7 novembre 2012

I due tempi della democrazia


         Gli americani rieleggono Obama alla Presidenza della Repubblica. Nel momento in cui scrivo, non si hanno ancora dati precisi su voti popolari e grandi elettori, ma è certo che il primo Presidente afroamericano della storia degli States ha vinto la sfida contro il repubblicano Romney ed ottenuto il secondo mandato.  Four more years, gridano i suoi sostenitori, altri quattro anni alla Casa Bianca, sperando che siano meno turbolenti dei quattro precedenti, segnati dalla depressione economica. Sulle ragioni della vittoria del candidato democratico non intendo soffermarmi, a mio parere, noi italiani dovremmo riflettere su un altro aspetto della competizione appena conclusa. Agli americani, si sa, piace lo spettacolo, anche la nomination e la campagna elettorale devono somigliare ad uno show, il candidato deve parlare della sua infanzia e della sua gioventù, portarsi dietro la moglie, abbracciarla e baciarla in pubblico..., cose che a noi italiani – diciamocelo francamente - fanno sorridere. Se da noi il Capo di governo soltanto accarezzasse il coniuge davanti a telecamere e fotografi, verrebbe sbertucciato da tutti, la satira politica si sfregherebbe le mani. Consideriamola una debolezza dei nostri amici d’oltreoceano, qualcosa che si può anche perdonare. Per il resto, è difficile che non si provi invidia vedendo il popolo degli Stati Uniti quando deve scegliersi il Capo dello Stato. Nessuna opera umana, per definizione, può essere perfetta, neppure la Costituzione americana lo è (come ha anche spiegato in una raccolta di saggi, pubblicata recentemente, il politologo Robert A. Dahl), ma lo storico documento redatto dalla Convenzione di Filadelfia nel 1787 rimane un capolavoro di diritto costituzionale, politica e filosofia. Ciò che ha consentito agli Stati Uniti di diventare una potenza mondiale, come aveva profetizzato Alexis de Tocqueville agli albori del XIX secolo, è il sistema istituzionale che li tiene insieme. Barack Obama vince la competizione per la Presidenza, i repubblicani mantengono la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, ma per gli americani non è affatto un problema. Da loro, infatti, è quasi la regola. La Costituzione stabilisce una rigida ed integrale separazione dei poteri, secondo l’insegnamento di Montesqueiu: il Capo dello Stato non può sciogliere il Parlamento, ma non può essere da questo sfiduciato; i giudici federali vengono nominati dal Presidente, con il consenso del Senato, ma sono inamovibili, la nomina è a vita e l’indennità che viene loro corrisposta non può essere diminuita finché restano in carica. È il sistema Checks and Balances, “freni e contrappesi”, che regge impeccabilmente da due secoli. Io sono orgoglioso di essere italiano, vivo in un Paese che amo profondamente, ma che mi fa imbestialire ogni giorno, perché non vuole proprio capire che la democrazia, come insegnano i grandi costituenti americani, vive di due tempi: quello della discussione e quello della decisione. Una democrazia senza governi stabili e, quindi, incapace di decidere, prima o poi scivola nel disordine, nel caos. E nel caos attecchiscono illegalità e corruzione. I nostri costituenti, nell’immediato dopoguerra, scrissero la migliore costituzione possibile, dato il contesto in cui operarono. Lasciarono alle generazioni successive il compito di migliorarla. Un compito che non abbiamo saputo assolvere.  Nel 1788, Alexander Hamilton, James Madison e John Jay, per convincere il popolo di New York a ratificare la Costituzione redatta a Filadelfia, scrivevano: «La stabilità del governo è indispensabile tanto per il raggiungimento della coscienza nazionale e per i vantaggi che ne derivano quanto per istillare quiete e fiducia nel cuore del popolo; vale a dire, quanto di meglio ha da offrire una società politica» (The Federalist).

         Mauro Ammirati

mercoledì 12 settembre 2012

Una scelta difficile


         Silvio Berlusconi, di recente, ha dichiarato in diverse circostanze che sta pensando seriamente di presentare, per la sesta volta (!), alle prossime elezioni politiche, la sua candidatura alla guida del governo. Si è riservato qualche mese per riflettere, non prenderà alcuna risoluzione, ha fatto sapere, prima di ottobre. Non è da escludere che sia un’abile mossa tattica, studiata a tavolino – come alcuni sostengono – per mettere in difficoltà il centrosinistra, uno schieramento tenuto insieme, per diciotto anni, solo dall’avversione comune allo stesso Berlusconi. All’indomani dell’insediamento del governo Monti, lo smarrimento del Partito Democratico e degli altri partiti di centrosinistra era palpabile. Privi del “nemico”, considerato per quasi un ventennio la principale causa di tutti i problemi italiani, il “male” da debellare ad ogni costo, sembrava non sapessero più che dire e che fare. Forse allora hanno capito che la guerra ad oltranza al Cavaliere di Arcore, cominciata nel 1994 e combattuta pervicacemente fino all’autunno 2011, li aveva ormai disabituati a fare politica. Avendo anteposto, per molto tempo, l’abbattimento di Berlusconi a tutto, compresa l’elaborazione di idee e programmi, inevitabilmente, venuto a mancare il nemico, il centrosinistra è caduto in una crisi d’identità. Ecco perché, come insegnano i politologi, la vittoria uccide. Ne sanno qualcosa i democristiani italiani, che hanno visto il loro partito sbriciolarsi insieme al muro di Berlino. Consapevole di questo, il fondatore del (fu) centrodestra, ora preferisce giocare a carte coperte, tenendo la sua strategia in sospeso porta scompiglio nel campo opposto. La contrapposizione tra Bersani ed il giocane Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, nelle primarie nel Partito Democratico, è divenuta una resa dei conti tra generazioni. Da un simile scontro, un forza politica rischia di uscire ridotta in macerie. Ma, tatticismi a parte, verosimilmente, Berlusconi è davvero incerto sul da farsi. Ammesso che abbia già preso una decisione, sicuramente questa non è definitiva ed irrevocabile. Il futuro presenta troppe incognite per buttarsi nella mischia senza esitazioni, come fece diciotto anni fa. Le ragioni dell’indecisione di Berlusconi aiutano a capire il quadro generale. Per cominciare, non si sa con quale legge elettorale si andrà a votare. Se come pare assai probabile, resterà in vigore quella attuale, che assegna un premio di maggioranza alla coalizione vincente, il rischio per il Pdl sarà alto, perché la nascita del governo Monti ha segnato la fine dell’alleanza con la Lega, il cui nuovo leader, Roberto Maroni, medita di rinunziare a presentare liste del suo partito alle elezioni politiche, per rafforzare l’identità della stessa Lega come “partito del territorio”, cioè, del Nord. Se non si rinsalda il rapporto con il leghisti, per il Pdl conseguire il premio di maggioranza sarà assai difficile. Inoltre, non si sa quale sarà la situazione economica mondiale tra tre o quattro mesi, infatti non si esclude che ci si debba affidare ai tecnici anche nella prossima legislatura. Fu proprio la tempesta finanziaria dell’estate 2011 ad indurre Berlusconi a dimettersi da Capo di governo. Quindi, è impensabile che certe valutazioni ora proprio lui non le faccia. Infine, non si sa neppure quanti elettori andranno a votare e quanti consensi raccoglierà il “Movimento 5 stelle”, il cui programma stabilisce di sostituire la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta, da praticarsi tramite il web (un esperimento che non avrebbe precedenti nella storia). In altri termini, nel caso non sia ancora chiaro, le prossime elezioni potrebbero concretizzarsi in una specie di “processo di piazza” ad un’intera classe politica. Detto tra noi, non sarei sorpreso se Berlusconi alla fine rinunziasse.
Mauro Ammirati

martedì 3 luglio 2012

Il peso della storia


         Sul campo di calcio li abbiamo battuti ancora una volta. Nel football, ormai è chiaro, siamo più bravi noi. Italia e Germania, due scuole calcistiche diverse, direi agli antipodi. Noi che giochiamo palla a terra, curiamo di più la tecnica, sappiamo, come si dice, «saltare l’uomo» e mantenere il possesso della sfera di cuoio negli spazi stretti. Siamo latini, ma molto più abili nella tattica di spagnoli (il 4-0 con cui si è conclusa la finale dell’Europeo è da attribuire semplicemente al divario qualitativo delle due squadre e, comunque, quanto a tecnica gli spagnoli sono più latini di noi), francesi, portoghesi, argentini, per non parlare dei brasiliani, che spesso vanno allo sbaraglio. I tedeschi confidano nella loro prestanza e nel loro temperamento, schierano quattro “armadi” in difesa, centrocampisti laterali veloci che buttano palloni alti nell’area avversaria, dove due colossi mettono in mostra la loro arma migliore, talvolta l’unica, che è il colpo di testa. Detto tra noi, non ricordo un solo tedesco che avesse piedi buoni, eccetto Franz Beckenbauer, lui sì, aveva il tocco delicato e giocava di fino, ma era un’eccezione. Per intenderci, un Pirlo o un Cassano teutonico, un calciatori tedesco che nasconda la palla all’avversario, difficilmente lo vedrete. Scuole diverse, dicevamo, tradizioni calcistiche che hanno molto poco, forse nulla, in comune. Per la semplice ragione che sono i due popoli ad avere poco, forse nulla, in comune. Ciononostante, siamo due tra i Paesi fondatori della Ceca, che poi divenne Cee ed oggi si chiama Unione europea. Ma solo un italiano come Alcide De Gasperi, che parlava tedesco ed era nato e cresciuto nel Trentino austriaco, poteva intendersi con Konrad Adenauer ed evitare che la gestazione d’una nuova Europa fosse più travagliata. C’era tanta diffidenza allora come ce n’è tanta oggi, tra noi e loro. Ed è proprio questa, la diffidenza, a complicare il rapporto tra la Germania e l’Italia e ad originare molto spesso incomprensioni tra esse. Invero, quando c’è di mezzo il denaro, i tedeschi sono diffidenti con tutti. Per ragioni culturali, sicuramente, ma soprattutto per ragioni storiche. Mi riferisco a vicende che ci hanno fatto studiare a scuola, ma sulle quali, forse, non abbiamo riflettuto abbastanza. Il cancelliere Merkel difende l’euro così com’è, oppone un deciso “nein” a qualsiasi modifica dello statuto della Bce ed esige che ogni Paese dell’unione monetaria pratichi il massimo rigore nei conti pubblici. Perché? Perché da certe esperienze sono rimasti marchiati a fuoco. Nella Repubblica di Weimar, nell’ottobre del 1923, il valore del dollaro salì a 25 miliardi (dico: miliardi) di marchi. I tedeschi andavano a fare spesa con carriole piene di banconote ridotte a carta straccia. La situazione economica precipitò al punto che un pittore austriaco senza arte né parte, in pochi anni,  diventò padrone assoluto del Paese. Da allora, i tedeschi hanno – comprensibilmente – la fobia del deficit pubblico e della svalutazione monetaria, non è un caso che uno dei capisaldi della Repubblica Federale di Germania è la valuta forte, garantita dall’autonomia dal potere politico della banca d’emissione. Quindi, della moneta unica europea e di legare il proprio destino a quello di popoli spendaccioni come il nostro i tedeschi avrebbero fatto volentieri a meno. Accettarono, obtorto collo, di aderire all’euro unicamente perché questo era il prezzo da pagare alla riunificazione con l’ex Germania comunista. La notte tra il 9 ed il 10 novembre 1989, come si sa, cambia la storia del mondo. Crolla il Muro di Berlino, in tutta Europa, a Parigi soprattutto, rivedono vecchi fantasmi. Una Germania economicamente potente e riunificata incute troppa paura. Andreotti dichiara: «Amo così tanto la Germania che vorrei ce ne fossero sempre due». Mitterand è pienamente d’accordo. C’è un solo modo per i tedeschi di rassicurare gli altri Paesi europei ed è quello di rinunciare alla loro arma più potente: il marco. In cambio la Germania ottiene che alla Bce venga affidato il solo compito di prevenire l’inflazione, cioè che abbia le mani legate nell’emissione di banconote. L’euro, così come lo conosciamo, dunque, è nato da due fobie: quella tedesca per il deficit pubblico e quella francese per i tedeschi. Quando si chiede alla Merkel di acconsentire che la Bce diventi una banca d’emissione come la Fed americana o come qualsiasi altra banca centrale, si va a sbattere contro un muro. Ai tedeschi si può chiedere tutto. Ma sulla moneta forte non transigono.

         Mauro Ammirati