venerdì 5 giugno 2015

La vera novità viene dall'Italia centrale


 
Che sia giusto o sbagliato, le elezioni regionali, in Italia, da sempre sono considerate una sorta di sondaggio sul governo nazionale. Non dovrebbe essere così, perché non vi è alcuna relazione tra l’elezione dei Consigli regionali ed il giudizio che si dà sulle Giunte regionali uscenti, da una parte e l’operato del governo nazionale, dall’altra. Per di più, da un ventennio, il Presidente della Regione è eletto direttamente dal popolo, quindi dare una valenza “politica” a questo voto significa, di fatto, esautorare la nuova legge elettorale. Il punto è che sono gli stessi leaders politici nazionali a voler approfittare d’ogni circostanza per rafforzare la propria posizione, come se la vittoria d’un candidato di centrodestra in Molise o in Val d’Aosta significasse, nella situazione attuale, un segno di sfiducia verso il governo Renzi. Ma tant’è. Se, convenzionalmente, la lettura dei dati è quella appena spiegata, allora va tenuto conto delle conseguenze della lettura stessa sugli equilibri politici. Dunque, cominciamo con il dire che il messaggio più importante che gli elettori hanno mandato in occasione delle elezioni dello scorso 2 giugno è quello relativo all’affluenza ai seggi: il 48% degli aventi diritto non è andato a votare. È un fenomeno diffuso nelle democrazie occidentali, ma, almeno per quanto mi riguarda, il «mal comune» non è sempre «mezzo gaudio». In Italia, ormai, ci sono più partiti che Pro loco, ma la metà degli italiani non ne trova uno cui dare il proprio consenso. Non mi sembra un dato da ignorare. Il Pd vince in 5 regioni su 7, ma viene travolto in Veneto, dove il suo candidato non ottiene più del 23,37%, mentre quello del centrodestra prende il 52,18%, nonostante la Lega Nord abbia subito una scissione. Perde anche in Liguria, il centrosinistra, dove si era diviso presentando due candidati diversi alla Presidenza, una dimostrazione tangibile di quanto siano sempre più tesi e difficili, nel Pd, i rapporti tra i renziani e l’ala di sinistra. Nessun candidato del M5S riesce a farsi eleggere Presidente della Regione, ma la percentuale dei voti raccolti è in crescita, rispetto al deludente risultato dello scorso anno alle elezioni europee. I numeri dicono che se si votasse oggi con l’Italicum, la nuova legge elettorale (che andrà in vigore solo dal luglio 2016), al ballottaggio andrebbero M5S e Pd. La situazione, dunque, è estremamente preoccupante per il centrodestra, che ora ha anche un problema attinente ai rapporti di forza interni. Infatti, se, in Veneto, la Lega Nord ottiene il 23,08%, mentre Forza Italia si ferma ad un misero 5,97%, nelle regioni dell’Italia centrale, le liste formate sotto la leadership di Matteo Salvini, cioè quelle filoleghiste, raggiungono la doppia cifra: 13,99% in Umbria, 13,02% nelle Marche, 16,16% in Toscana. Percentuali che, ai tempi della leadership di Bossi, la Lega non osava neppure sognare. Sotto la guida di Salvini, il partito sfonda anche a sud della linea gotica, al punto da sorpassare Forza Italia. Bossi non metteva in discussione la permanenza dell’Italia nell’Unione europea e, per distinguersi dagli alleati di centrodestra, minacciava la secessione del nord; Salvini contesta duramente l’Unione europea, chiede la secessione dell’Italia dall’eurozona e dice di rappresentare anche gli interessi del Meridione italiano. Il radicale mutamento di linea politica finora è stato premiato. Nella lotta contro l’euro, la Lega è in compagnia del M5S e Fratelli d’Italia, che ha visto crescere la percentuali di voti ottenuti un po’ dappertutto. Anche in Italia, soffia sempre più forte il vento antieuropeista.

         Mauro Ammirati         

venerdì 17 aprile 2015

Due diversi vincoli esterni

     Dovessimo compendiare in poche parole la situazione politica italiana di questi ultimi mesi, potremmo, semplicemente, scrivere: non si riesce a tenere uniti i partiti, figuriamoci le coalizioni. Non c’è forza politica, di questi tempi, che non abbia subito o che non sia a rischio di subire una scissione: nel Pd, il rapporto tra la componente di sinistra ed i cosiddetti renziani si è guastato da un pezzo, sono mesi che vivono da separati in casa ed è difficile prevedere fino a quando sarà possibile una coabitazione così litigiosa; dopo quella che diede vita al Ncd, Forza Italia potrebbe perdere un’altra componente, questa volta guidata da Raffaele Fitto, sempre più in rotta di collisione con Berlusconi; Flavio Tosi e la sua corrente hanno lasciato la Lega Nord e lo stesso Tosi si presenterà come candidato alla Presidenza della Regione Veneto contro il candidato del suo ex partito, Luca Zaia; la forza politica che doveva rappresentare il rinnovamento, il M5S, dall’inizio della legislatura parlamentare, ha perso per strada una buona parte dei suoi deputati e senatori; probabilmente, dimentico qualche altro fatto marginale, ma quanto appena ricordato dovrebbe bastare per capire che siamo tornati al multipolarismo che caratterizzava l’Italia prima del 1992, l’anno in cui i partiti storici crollarono o furono soggetti ad una mutazione genetica. Quel sistema era definito dai politologi «pluralismo polarizzato», ma viene ricordato con il nome di «consociativismo», che in realtà è un’altra cosa (il termine non era appropriato al nostro Paese, ma soprassediamo). Le elezioni politiche del maggio 1994 furono l’atto di nascita d’un nuovo sistema politico, fondato su due grandi coalizioni in competizione per contendersi il governo del Paese. Si pensava che l’Italia avesse ormai voltato pagina, che i piccoli partiti avrebbero avuto sempre meno spazio, che l’antagonismo tra le due grandi alleanze di centrodestra e centrosinistra avrebbe caratterizzato la nostra politica per il mezzo secolo successivo. È saltato tutto per aria. Oggi, le elezioni del 1994 sembrano appartenere all’era giurassica. Ciò che è importante capire è che la situazione attuale rispetto a quella antecedente il 1992 presenta un multipolarismo di tipo diverso. Contrariamente a trent’anni fa, infatti, non ci sono più il comunismo e, per reazione, l’anticomunismo a tenere, in qualche modo, unite le coalizioni. In quel mondo le ideologie erano un potente collante, al punto che un partito diviso in tante correnti come la Dc governò ininterrottamente mezzo secolo, quasi sempre con gli stessi alleati. Oggi, per garantire la tenuta di un’alleanza, si cerca di surrogare le ideologie con sistemi elettorali manipolativi, cioè attraverso congegni come il premio di maggioranza, l’elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Regione… Ma, come abbiamo spiegato, più volte, l’ingegneria elettorale non può fare miracoli, può arginare lo sfaldamento del quadro politico, ma solo temporaneamente. È un tampone, non una cura. Un’altra differenza fondamentale rispetto all’altro sistema bipolare è la presenza oggi d’un vincolo esterno diverso da quello cui eravamo soggetti allora. A quei tempi il vincolo esterno era, come già detto, il comunismo, non potevamo cioè cambiare coalizione di governo senza correre il rischio di uscire dall’Alleanza atlantica e diventare un Paese filosovietico. Oggi il vincolo esterno è l’Unione europea, le cui regole hanno notevolmente diminuito le risorse a nostra disposizione. L’Italia ha ceduto la sovranità monetaria alla Bce, quella fiscale ed economica alla Commissione europea. Così che la politica italiana è ridotta ad agire in uno spazio angusto e con scarsi mezzi. Il che poteva e può solo accrescere la conflittualità nel Paese, tra i partiti e nei partiti. E a fronte di simili problemi, non c’è riforma elettorale o costituzionale che tenga.

         Mauro Ammirati       

mercoledì 4 marzo 2015

Non è questione di fiducia


         Disse una volta un fisico americano: ««Prendete i numeri e torturateli. Prima o poi confesseranno.» I numeri parlano, ci è stato insegnato, sono dati inconfutabili, incontrovertibili, fotografano la realtà. Non è così. Almeno, non sempre. I numeri, talvolta, sono come il pupazzo del ventriloquo. Muove la bocca, ma non è il pupazzo a parlare. Uno striminzito 0,1% del Pil relativo all’ultimo mese o trimestre, che diventa 0,4% o 0,6% «su base annua» io non lo considererei proprio un dato attendibile. Più o meno, è una pacca sulla spalla, un modo per dire: coraggio, se continui così, magari, tra qualche anno... Ma, dal momento che le aspettative in economia sono molto più importanti di quanto il profano immagini, è assolutamente necessario, in tempi di recessione, che prevalga una certa lettura o interpretazione delle percentuali pubblicate. La Bce, Matteo Renzi ed il ministro Padoan l’hanno detto chiaramente più volte: la ripresa arriverà se si diffonderà la fiducia tra gli investitori. Sbagliano, ma sono coerenti con la loro ferma opinione che la stessa ripresa debba essere trainata da investimenti privati. Il nostro governo ha strappato qualcosa dall’Ue in materia di investimenti pubblici, ma siamo alle briciole, anzi alla presa in giro. Più propaganda, che altro. Il dramma è che da nessuna recessione, figuriamoci da una sconvolgente come quella che stiamo vivendo, si esce a rimorchio degli investimenti privati. Per una ragione estremamente semplice: il settore privato è, come si dice, prociclico, cioè segue il ciclo economico. Solo il settore pubblico, com’è facile comprendere, può essere anticiclico. Prima di investire, l’imprenditore privato aspetta che l’economia si sia ripresa, mica si adopera perché si riprenda. È una verità elementare, che solo i governi dell’eurozona ignorano o fingono di ignorare. Sempre per infondere questa benedetta fiducia, la Bce, come sapete, ha dato inizio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi, ad un’operazione per la quale non siamo ancora riusciti a trovare un’appropriata traduzione nella nostra lingua: quantitative easing. Nel nostro caso significa che l’istituto d’emissione spenderà 1.140 miliardi di euro per acquistare, principalmente, titoli di Stato dalle banche che li hanno in portafoglio. La speranza è che questa pioggia di liquidità spinga le banche a concedere prestiti più facilmente agli imprenditori. Speranza che andrà delusa, contrariamente a quanto affermano tanti economisti, politici e giornalisti. Costoro affermano che l’economia americana si sia ripresa proprio grazie al quantitative easing della Fed (la loro banca centrale). Non è vero (infondere fiducia d’accordo, sparare balle no), in realtà detta operazione negli States non ha portato alcun beneficio all’economia reale, cioè imprese e famiglie. Il loro Pil, nel 2014, è cresciuto del 2,4% perché ora raccolgono i frutti d’una politica di spesa a deficit che il governo Obama ha praticato per anni. In termini semplici, hanno fatto tanti investimenti pubblici, al punto che nel 2009 il rapporto deficit federale/Pil era al 10%. Per lo stesso parametro, i governi dell’eurozona, come presumo sappiate, non possono superare il 3%!, è stabilito dai trattati comunitari. Oltre tale soglia, se proviamo a spendere lo 0,1% in più, la Commissione europea ci mozza le mani. Purtroppo no, non è questione di fiducia. Ma di buon senso. I governi nordeuropei, guardiani dell’ortodossia, obiettano che una politica espansiva, cioè di investimenti pubblici, determinerebbe un incremento del rapporto debito/Pil. Il terrore del debito, in realtà, è solo un’altra stupida fissazione tipica dell’eurozona. Per caso, qualcuno di voi la mattina fa colazione con cappuccino e debito/Pil?

         Mauro Ammirati

martedì 13 gennaio 2015

Due sfide per l'Ue


         I recenti e tragici fatti avvenuti in Francia hanno riportato al centro del dibattito politico, in tutti i Paesi occidentali, l’emergenza terrorismo. Forse non è proprio corretto scrivere che l’Europa, come abbiamo letto e sentito, ha avuto il suo 11 settembre, se si pensa a ciò che avvenne a Madrid, alla stazione ferroviaria di Ochoa, nel 2004 o nella metropolitana di Londra, nel 2005. Ma un fatto è certo: il vecchio continente si scopre più vulnerabile di quanto immaginasse e, come accadde all’indomani dell’11 settembre americano, si torna a parlare di scontro di civiltà, del rapporto tra Occidente ed Islam e, soprattutto, d’immigrazione. Alla paura degli attentati si aggiunge quella della xenofobia, dell’ostilità crescente verso l’africano, l’asiatico e chiunque venga considerato estraneo alla nostra civiltà. Di qui, la preoccupazione dei principali governi europei che un sentimento diffuso d’avversione all’immigrato possa determinare un’avanzata elettorale di forze politiche reputate, dagli stessi governi, estremiste o populiste , comunque dichiaratamente e fermamente contrarie al processo d’integrazione europea, come la Lega Nord ed il Front National, che intanto hanno già chiesto a gran voce di tornare a controllare le frontiere. Le stragi di Parigi, i cui autori avevano il passaporto francese, hanno spinto, in un primo momento, i ministri dell’Interno di Spagna e Francia a porre la questione della modifica o della sospensione del Trattato di Schengen, che stabilisce il principio di libera circolazione dei cittadini comunitari entro i confini dell’Ue. Ipotesi che è stata respinta immediatamente dal governo italiano, per il quale l’adozione di simili misure sarebbe «un passo indietro» ed «un regalo ai populisti». Tanto può bastare per capire che la minaccia terroristica è una grave insidia alla tenuta della stessa Ue. Ma un’altra prova difficile attende le istituzioni comunitarie. Il prossimo 25 gennaio, in Grecia, si terranno le elezioni politiche. I sondaggi danno favorito Syriza, un partito di sinistra a favore della permanenza del Paese nel gruppo della moneta unica, ma contrario al proseguimento della politica d’austerità, imposta dalla cosiddetta Troika (Fmi, Bce e Commissione europea). Il punto centrale del programma di Syriza è la ristrutturazione del debito, vale a dire la sua rinegoziazione, una proposta che, comprensibilmente, desta una certa inquietudine nei creditori, tra i quali ci sono il Fondo di stabilità europeo, il Fmi, la Bce, l’Esm, banche tedesche, francesi ed italiane. Il leader del partito, Alexis Tsipras, ha più volte dichiarato che la sua volontà è quella di tenere la Grecia nell’eurozona (per inciso, come il 75% dei suoi connazionali), ma, in economia, la sola volontà non è sufficiente a conseguire un obiettivo. Ristrutturare un debito significa sedersi a tavolino con i creditori, trattare per chiedere la remissione d’una parte o una dilazione o chissà cos’altro e trovare un accordo. Tsipras chiede di rinegoziare il 70%, che, come è facile capire, non è proprio poca cosa. Nel caso che l’accordo non venisse trovato, alla Grecia resterebbe solo di tornare a stampare il dracma. Una situazione alla quale, sostengono molti economisti, l’euro non potrebbe sopravvivere.

         Mauro Ammirati

giovedì 20 novembre 2014

Il fattore Salvini.


         Una premessa, innanzitutto: non vado, affatto, pazzo per i sondaggi, il più delle volte mi infastidiscono, per ragioni molto semplici. In primo luogo, perché in democrazia contano i voti, non le semplici ricerche d’opinione. In secondo luogo, perché, in passato, in diverse circostanze, i sondaggisti hanno preso cantonate madornali, costringendo anche qualche quotidiano a tornare in stampa per rifare la prima pagina. Infine, perché, ai giorni nostri, gli uomini politici, da noi come altrove, non prendono più alcuna decisione se prima non hanno il conforto d’un sondaggio. Berlusconi, per menzionarne uno, cambia opinione continuamente sulla base degli spostamenti delle percentuali risultanti da tali ricerche (l’ultimo dietrofront è quello sulle coppie di fatto e ius soli), prendendo esempio da un uomo politico di tanti anni fa, che diceva: «Sono il loro capo, quindi li seguo.» Il guaio è che proprio perché i leaders hanno nella massima considerazione i sondaggi, almeno uno sguardo a quei numeri dobbiamo darlo anche noi per poter analizzare i fatti politici. Chiarito questo punto, sarà facile al lettore comprendere perché oggi riporto alcune cifre pubblicate, giorni fa, dall’istituto Demos & Pi, per il quotidiano Repubblica, secondo le quali Matteo Renzi resta l’uomo politico che raccoglie maggiore fiducia in Italia, ma perde 10 punti, mentre al secondo posto, con il 30%, si piazza Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, alla quale viene assegnato l’11% di consensi. Il divario tra i due, comunque, rimane ampio, circa 20 punti, che non è proprio poca cosa, ma Salvini vede crescere considerevolmente i suoi estimatori anche al Sud, fino al 30%. Il Pd scende dal 41% al 36%. Un altro sondaggio della Lorien Consulting, pubblicato da Italia Oggi, conferma il calo del Pd, il 50% di popolarità per Matteo Renzi ed assegna alla Lega l’8,5%, comunque più del doppio di quanto prendesse poco tempo fa. Che siano attendibili o no tali risultati poco importa, perché sono bastati a mettere in allarme Berlusconi ed a dare coraggio al segretario federale della Lega Nord, che ora dice esplicitamente di volere la leadership di tutto il centrodestra. Un fatto inimmaginabile solo due mesi fa e tale da scompaginare il progetto dello stesso Berlusconi e riaprire i giochi nello schieramento che per vent’anni ha conteso il governo nazionale al centrosinistra. Qui, ora interessa poco quali possano essere gli sviluppi della situazione che ho appena tratteggiato, è molto più importante analizzare i dati oggettivi. Cosa ha determinato il successo personale e politico di Salvini? Perché, come riferiscono le cronache, la Lega, di questi tempi, fa proseliti anche nel meridione? Il giovane leader leghista sta provando a “nazionalizzare” il suo partito, a farne, cioè, una forza politica italiana, sta cercando di portarlo al di sotto della “linea gotica”, operazione che più volte Bossi aveva tentato, ma senza successo (e, probabilmente, senza neppure crederci). Conquistare i meridionali alla causa del federalismo si è rivelato molto difficile; si consideri, inoltre, che la prospettiva dell’autonomia non poteva fare molto presa in una grande regione come la Sicilia, che ha già uno statuto speciale. Salvini poteva “sbarcare” al sud solo mostrando di avere una visione nazionale, non più nordista, della crisi italiana. Ha posto al centro del suo programma due proposte: ritorno alla valuta nazionale e lotta all’immigrazione clandestina (ma sul concetto di “clandestino” occorrerebbe intendersi, i siriani, per esempio, in questo periodo sono da considerare, in realtà, rifugiati). Anche Bossi sosteneva una politica di contrasto all’immigrazione, ma ciò non gli è mai bastato a prendere voti da Bologna in giù. La carta vincente di Salvini, dunque, è stata la lotta all’euro, con la quale ha potuto anche avvicinare alla Lega economisti come Borghi, Rinaldi e (forse) Bagnai. La Lega non chiede più la secessione del nord dall’Italia, ma dell’Italia dall’eurozona. Un argomento che può essere compreso e sostenuto anche da calabresi, campani, siciliani..., dato che al sud l’austerità imposta dall’Unione europea è stata ancor più devastante che nel settentrione. Se non è una mutazione genetica della Lega, ci si avvicina. Ma, come ogni operazione politica che si rispetti, è soggetta a rischi. In alcune regioni del nord, soprattutto il Veneto, sussistono pulsioni secessionistiche, una parte consistente dell’elettorato leghista è avversa all’Italia, più che all’Unione europea. Così, a Salvini toccano due parti in commedia: deve fare il nazionalista al sud e sostenere i separatisti al nord. Una situazione ambigua che non può trascinarsi a lungo. Un giorno o l’altro dovrà scegliere. La politica ha i suoi tempi, questo è vero, ma nessun leader può traccheggiare all’infinito.     
              

giovedì 9 ottobre 2014

Tempi diversi, stessi errori


         Abbiamo trascorso gli ultimi mesi a scontrarci sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ed il Jobs Act proposto dal governo Renzi, ora in via d’approvazione del Parlamento (è appena passato al Senato, ma il governo si è visto costretto a ricorrere al voto di fiducia, per evitare brutte sorprese). La riforma della legislazione sul lavoro ha lacerato il centrosinistra, il Pd ed il sindacato, ma il Presidente del Consiglio ne ha fatto la linea del Piave del suo programma di governo, sostenendo che tale misura sia necessaria non solo per combattere la disoccupazione (pericolosamente intorno al 13%), ma anche a far ripartire l’economia e restituire credibilità all’Italia. Ancora prima di assumere la carica di premier, Renzi ha saputo accreditarsi presso l’opinione pubblica nazionale ed internazionale come l’uomo delle riforme, del rinnovamento, della discontinuità, l’unico che abbia le qualità e la determinazione per rimettere in piedi un Paese in ginocchio (un dato di sole 48 ore fa: quasi 100.000 italiani, nel 2013, si sono trasferiti all’estero). L’immagine di leader risoluto e pragmatico con cui ha saputo presentarsi all’elettorato gli è valsa l’etichetta di «Berlusconi di sinistra», in effetti questo giovane fiorentino che ripete di avere l’ambizione di «cambiare l’Italia»  ricorda tantissimo l’imprenditore milanese che, vent’anni fa, voleva fare «la rivoluzione liberale». Gli slogan sono diversi, perché i tempi sono diversi e richiedono linguaggi diversi, ma la sostanza è la stessa. In questi giorni, gira una vignetta sui social network, in cui Berlusconi sorridente e soddisfatto dice: «Non sono riuscito a fare le riforme con il mio partito, così mi sono fatto un governo di sinistra.» Come spesso avviene, anche stavolta, attraverso apparenti paradossi, la satira politica ha spiegato la realtà meglio di mille editoriali. Berlusconi oggi è un leader in declino, difficile che gli riesca l’ennesima stupefacente ripresa, quando parla della sua esperienza di Capo di governo insiste sempre sul medesimo argomento: «Non mi hanno fatto governare, ho avuto sempre alleati inaffidabili, come Bossi, Casini, Follini, Fini...» Onestamente, va riconosciuto che quando il centrodestra aveva una forte maggioranza in Parlamento, il governo la vera opposizione l’aveva dentro casa ed era costretto a mediare e negoziare su tutto. Ricordo che, tempo fa, un giornalista di centrodestra scrisse che il vero errore di Berlusconi era stato quello di affidare il ministero dell’Economia e la realizzazione di riforme liberali a Giulio Tremonti, un fiscalista che non si era mai definito liberale, ma «colbertista», per usare un termine più semplice, un dirigista. Renzi non ha compiuto gli stessi sbagli, si è sbarazzato subito d’una potenziale spina nel fianco come D’Alema, ha tenuto fuori dal governo Bersani, ha scelto come ministro dell’Economia un ex funzionario dell’Ocse, Padoan (si dice che gliel’abbia suggerito Mario Draghi), uno che considera il liberismo una divinità, in più si è circondato di «ministri ragazzini» (definizione dell’imprenditore Diego Della Valle, un suo ex sostenitore) come la Madia e la Boschi. Nel Pd è criticato da una minoranza, ma aveva ben altri guai Berlusconi quando doveva vedersela con le bizze di Casini e Fini. Tra le due situazioni, non c’è paragone. Il punto è che le riforme di Renzi non sono quelle che servono all’Italia, non sarebbero servite neppure se le avesse fatte Berlusconi. Per fare un esempio, quell’articolo 18 che i governi di centrodestra non sono mai riusciti ad abolire, è solo un feticcio ideologico. Quando l’economia italiana tirava, mai nessun imprenditore ha rinunciato a produrre i beni richiesti dal mercato pur di non assumere. Le riforme liberali di Renzi, che piacciono tanto a Berlusconi, avrebbero un senso se gli italiani andassero dal supermercato e non trovassero le merci che cercano. Il vecchio ed il nuovo Berlusconi dall’accento fiorentino sono convinti che il nostro sistema economico non esprima tutto il suo enorme potenziale a causa della burocrazia, la spesa pubblica improduttiva, il sistema giudiziario inefficiente, la legislazione del lavoro troppo rigida e che, quindi, sia necessaria una robusta dose di liberismo. Ora, non ci crederete, ma, appena due giorni fa, il Fondo monetario internazionale, il custode dell’ortodossia liberista, ha pubblicato un documento in cui dice che il modo migliore per uscire dalla recessione è investire in infrastrutture, spendendo a deficit, perché in tempi di deflazione, come questi, le grandi opere pubbliche sono a costo zero. Per favore, andate a spiegarlo ai due Berlusconi. Quello mancato e quello aspirante.

         Mauro Ammirati                       

venerdì 12 settembre 2014

Un'altra illusione


         La notizia più importante delle ultime settimane (o, comunque, una delle più importanti), almeno per l’Italia, è arrivata da Francoforte: la Bce ha tagliato i tassi di interesse di 10 punti base, ha annunciato che acquisterà titoli sul mercato ed aumentato i tassi di interessi negativi sulle riserve bancarie. Nessuno si spaventi, mi spiego subito: l’istituto d’emissione sta semplicemente cercando di mettere più denaro in circolazione, aumentando la quantità di moneta a disposizione delle banche.  La notizia è stata accolta con favore nel nostro Paese ed in Francia, mentre ha accresciuto la diffidenza dei tedeschi verso l’italiano Mario Draghi. La Germania, come si sa, esige, principalmente da noi e dai nostri cugini transalpini, rigore nel contenimento dei debiti e dei deficit pubblici, mentre la Bce taglia il costo del denaro, provocando un deprezzamento dell’euro sul dollaro. Proprio ciò che fa, tradizionalmente, imbestialire i tedeschi, che hanno la fissazione della moneta forte e la fobia delle svalutazioni. Il punto più importante, però, è un altro ed autorevolissimi economisti, compreso qualche premio Nobel, non hanno mancato di farlo notare: la manovra in questione è inefficace, non aiuterà l’economia dell’eurozona a riprendersi, non faciliterà la ripresa né la creazione di posti di lavoro. L’errore della Bce e di tanti statisti è quello di pensare che più soldi vengono dati alle banche, più queste saranno propense a concedere prestiti alle aziende. Ahinoi, non è così. E non lo dico io, ma la Bank of England. Recentemente nel suo bollettino la banca centrale inglese ha spiegato che le banche negano o concedono prestiti non sulla base della quantità di denaro di cui dispongono, ma valutando quanto renderebbe il prestito nel caso venisse concesso (e, ovviamente, la solvibilità di chi lo chiede). Ora, si dà il caso che, statistiche alla mano, le imprese francesi ed italiane non investano perché non riescono a vendere i loro prodotti all’estero (l’euro è una moneta troppo forte e le mette fuori mercato) né in casa loro (dove la domanda di beni e servizi è troppo debole, cioè le famiglie sono rimaste senza soldi). Dunque, perché mai un’azienda di Bologna o Nizza dovrebbero investire? Se anche queste imprese volessero approfittare del basso tasso di interesse e si mettessero ad investire e produrre, i loro prodotti resterebbero sugli scaffali o in magazzino. Lo sanno gli imprenditori e lo sanno anche le banche. La crisi dell’eurozona è dovuta a questo, è crisi di domanda. Per la medesima ragione non serve neppure modificare le norme vigenti per facilitare i licenziamenti o favorire le assunzioni. Ve lo dico con le parole d’un imprenditore con cui parlavo tempo fa, uno che ha un centinaio di lavoratori alle sue dipendenze: «Che me ne faccio degli incentivi ad assumere se non ho gli ordinativi? Prendo un ragazzo e poi lo faccio stare con le mani in mano?» Renzi e Berlusconi sembra che non abbiano ancora compreso la vera natura del problema. L’uno e l’altro sono convinti che per far ripartire l’Italia occorrano una burocrazia più snella, una riforma della giustizia per abbreviare i tempi di processi e cause civili, insieme con una riforma del Parlamento e della legge elettorale. Intendiamoci, a queste materie si deve mettere mano, lo abbiamo scritto più volte e lo ribadiamo. Ma non saranno tali riforme a ridare vigore alla nostra economia. Abbiamo sentito tante volte dire che una recessione così devastante non si vedeva dal 1929. Il Presidente americano F. D. Roosvelt affrontò quella crisi drammatica con il New Deal, un vasto programma di opere pubbliche. Poi ci fu l’attacco giapponese a Pearl Harbor e, per quanto sia rivoltante dirlo, la partecipazione degli Stati Uniti alla guerra diede un’ulteriore spinta alla loro economia. Al punto che, terminato il conflitto, aiutarono anche noi a rimetterci in piedi, staccando un assegno per il nostro Alcide De Gasperi (ve lo ricordate il Piano Marshall?). Non si esce dalle recessioni, purtroppo, se lo Stato non fa da traino all’economia (cominciando con il rilancio dell’edilizia pubblica). Ma di investimenti pubblici, in Italia ed in Francia, di questi tempi, non si può neanche parlare. I parametri comunitari ci impongono tagli al bilancio, i quali comprimono ulteriormente la domanda. È un circolo vizioso, se non l’avete capito. Nell’ultimo numero vi parlai del successo alle elezioni europee di Marine Le Pen in Francia e dell’antieuropeismo crescente. Da allora, dicono i sondaggi, i consensi ai partiti antieuropeisti sono andati aumentando. Non so voi, ma io non ne sono sorpreso.

         Mauro Ammirati