Mauro Ammirati
venerdì 5 giugno 2015
La vera novità viene dall'Italia centrale
venerdì 17 aprile 2015
Due diversi vincoli esterni
Dovessimo compendiare in poche parole la situazione politica
italiana di questi ultimi mesi, potremmo, semplicemente, scrivere: non si
riesce a tenere uniti i partiti, figuriamoci le coalizioni. Non c’è forza
politica, di questi tempi, che non abbia subito o che non sia a rischio di
subire una scissione: nel Pd, il rapporto tra la componente di sinistra ed i
cosiddetti renziani si è guastato da un pezzo, sono mesi che vivono da separati
in casa ed è difficile prevedere fino a quando sarà possibile una coabitazione
così litigiosa; dopo quella che diede vita al Ncd, Forza Italia potrebbe
perdere un’altra componente, questa volta guidata da Raffaele Fitto, sempre più
in rotta di collisione con Berlusconi; Flavio Tosi e la sua corrente hanno
lasciato la Lega Nord e lo stesso Tosi si presenterà come candidato alla
Presidenza della Regione Veneto contro il candidato del suo ex partito, Luca
Zaia; la forza politica che doveva rappresentare il rinnovamento, il M5S,
dall’inizio della legislatura parlamentare, ha perso per strada una buona parte
dei suoi deputati e senatori; probabilmente, dimentico qualche altro fatto
marginale, ma quanto appena ricordato dovrebbe bastare per capire che siamo
tornati al multipolarismo che caratterizzava l’Italia prima del 1992, l’anno in
cui i partiti storici crollarono o furono soggetti ad una mutazione genetica.
Quel sistema era definito dai politologi «pluralismo polarizzato», ma viene
ricordato con il nome di «consociativismo», che in realtà è un’altra cosa (il
termine non era appropriato al nostro Paese, ma soprassediamo). Le elezioni
politiche del maggio 1994 furono l’atto di nascita d’un nuovo sistema politico,
fondato su due grandi coalizioni in competizione per contendersi il governo del
Paese. Si pensava che l’Italia avesse ormai voltato pagina, che i piccoli
partiti avrebbero avuto sempre meno spazio, che l’antagonismo tra le due grandi
alleanze di centrodestra e centrosinistra avrebbe caratterizzato la nostra
politica per il mezzo secolo successivo. È saltato tutto per aria. Oggi, le
elezioni del 1994 sembrano appartenere all’era giurassica. Ciò che è importante
capire è che la situazione attuale rispetto a quella antecedente il 1992 presenta
un multipolarismo di tipo diverso. Contrariamente a trent’anni fa, infatti, non
ci sono più il comunismo e, per reazione, l’anticomunismo a tenere, in qualche
modo, unite le coalizioni. In quel mondo le ideologie erano un potente
collante, al punto che un partito diviso in tante correnti come la Dc governò
ininterrottamente mezzo secolo, quasi sempre con gli stessi alleati. Oggi, per
garantire la tenuta di un’alleanza, si cerca di surrogare le ideologie con
sistemi elettorali manipolativi, cioè attraverso congegni come il premio di
maggioranza, l’elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Regione… Ma,
come abbiamo spiegato, più volte, l’ingegneria elettorale non può fare miracoli,
può arginare lo sfaldamento del quadro politico, ma solo temporaneamente. È un
tampone, non una cura. Un’altra differenza fondamentale rispetto all’altro
sistema bipolare è la presenza oggi d’un vincolo esterno diverso da quello cui
eravamo soggetti allora. A quei tempi il vincolo esterno era, come già detto,
il comunismo, non potevamo cioè cambiare coalizione di governo senza correre il
rischio di uscire dall’Alleanza atlantica e diventare un Paese filosovietico.
Oggi il vincolo esterno è l’Unione europea, le cui regole hanno notevolmente
diminuito le risorse a nostra disposizione. L’Italia ha ceduto la sovranità
monetaria alla Bce, quella fiscale ed economica alla Commissione europea. Così
che la politica italiana è ridotta ad agire in uno spazio angusto e con scarsi
mezzi. Il che poteva e può solo accrescere la conflittualità nel Paese, tra i
partiti e nei partiti. E a fronte di simili problemi, non c’è riforma
elettorale o costituzionale che tenga.
Mauro Ammirati
mercoledì 4 marzo 2015
Non è questione di fiducia
Disse
una volta un fisico americano: ««Prendete i numeri e torturateli. Prima o poi
confesseranno.» I numeri parlano, ci è stato insegnato, sono dati
inconfutabili, incontrovertibili, fotografano la realtà. Non è così. Almeno,
non sempre. I numeri, talvolta, sono come il pupazzo del ventriloquo. Muove la
bocca, ma non è il pupazzo a parlare. Uno striminzito 0,1% del Pil relativo
all’ultimo mese o trimestre, che diventa 0,4% o 0,6% «su base annua» io non lo
considererei proprio un dato attendibile. Più o meno, è una pacca sulla spalla,
un modo per dire: coraggio, se continui così, magari, tra qualche anno... Ma,
dal momento che le aspettative in economia sono molto più importanti di quanto
il profano immagini, è assolutamente necessario, in tempi di recessione, che
prevalga una certa lettura o interpretazione delle percentuali pubblicate. La
Bce, Matteo Renzi ed il ministro Padoan l’hanno detto chiaramente più volte: la
ripresa arriverà se si diffonderà la fiducia tra gli investitori. Sbagliano, ma
sono coerenti con la loro ferma opinione che la stessa ripresa debba essere
trainata da investimenti privati. Il nostro governo ha strappato qualcosa
dall’Ue in materia di investimenti pubblici, ma siamo alle briciole, anzi alla
presa in giro. Più propaganda, che altro. Il dramma è che da nessuna
recessione, figuriamoci da una sconvolgente come quella che stiamo vivendo, si
esce a rimorchio degli investimenti privati. Per una ragione estremamente
semplice: il settore privato è, come si dice, prociclico, cioè segue il ciclo
economico. Solo il settore pubblico, com’è facile comprendere, può essere
anticiclico. Prima di investire, l’imprenditore privato aspetta che l’economia
si sia ripresa, mica si adopera perché si riprenda. È una verità elementare,
che solo i governi dell’eurozona ignorano o fingono di ignorare. Sempre per
infondere questa benedetta fiducia, la Bce, come sapete, ha dato inizio, tra
squilli di trombe e rulli di tamburi, ad un’operazione per la quale non siamo
ancora riusciti a trovare un’appropriata traduzione nella nostra lingua:
quantitative easing. Nel nostro caso significa che l’istituto d’emissione
spenderà 1.140 miliardi di euro per acquistare, principalmente, titoli di Stato
dalle banche che li hanno in portafoglio. La speranza è che questa pioggia di
liquidità spinga le banche a concedere prestiti più facilmente agli
imprenditori. Speranza che andrà delusa, contrariamente a quanto affermano
tanti economisti, politici e giornalisti. Costoro affermano che l’economia
americana si sia ripresa proprio grazie al quantitative easing della Fed (la
loro banca centrale). Non è vero (infondere fiducia d’accordo, sparare balle
no), in realtà detta operazione negli States non ha portato alcun beneficio
all’economia reale, cioè imprese e famiglie. Il loro Pil, nel 2014, è cresciuto
del 2,4% perché ora raccolgono i frutti d’una politica di spesa a deficit che
il governo Obama ha praticato per anni. In termini semplici, hanno fatto tanti
investimenti pubblici, al punto che nel 2009 il rapporto deficit federale/Pil
era al 10%. Per lo stesso parametro, i governi dell’eurozona, come presumo
sappiate, non possono superare il 3%!, è stabilito dai trattati comunitari.
Oltre tale soglia, se proviamo a spendere lo 0,1% in più, la Commissione
europea ci mozza le mani. Purtroppo no, non è questione di fiducia. Ma di buon
senso. I governi nordeuropei, guardiani dell’ortodossia, obiettano che una
politica espansiva, cioè di investimenti pubblici, determinerebbe un incremento
del rapporto debito/Pil. Il terrore del debito, in realtà, è solo un’altra
stupida fissazione tipica dell’eurozona. Per caso, qualcuno di voi la mattina
fa colazione con cappuccino e debito/Pil?
Mauro Ammirati
martedì 13 gennaio 2015
Due sfide per l'Ue
I recenti e tragici fatti avvenuti in Francia hanno
riportato al centro del dibattito politico, in tutti i Paesi occidentali,
l’emergenza terrorismo. Forse non è proprio corretto scrivere che l’Europa,
come abbiamo letto e sentito, ha avuto il suo 11 settembre, se si pensa a ciò
che avvenne a Madrid, alla stazione ferroviaria di Ochoa, nel 2004 o nella
metropolitana di Londra, nel 2005. Ma un fatto è certo: il vecchio continente
si scopre più vulnerabile di quanto immaginasse e, come accadde all’indomani
dell’11 settembre americano, si torna a parlare di scontro di civiltà, del
rapporto tra Occidente ed Islam e, soprattutto, d’immigrazione. Alla paura
degli attentati si aggiunge quella della xenofobia, dell’ostilità crescente
verso l’africano, l’asiatico e chiunque venga considerato estraneo alla nostra
civiltà. Di qui, la preoccupazione dei principali governi europei che un sentimento
diffuso d’avversione all’immigrato possa determinare un’avanzata elettorale di
forze politiche reputate, dagli stessi governi, estremiste o populiste , comunque
dichiaratamente e fermamente contrarie al processo d’integrazione europea, come
la Lega Nord ed il Front National, che intanto hanno già chiesto a gran voce di
tornare a controllare le frontiere. Le stragi di Parigi, i cui autori avevano
il passaporto francese, hanno spinto, in un primo momento, i ministri
dell’Interno di Spagna e Francia a porre la questione della modifica o della
sospensione del Trattato di Schengen, che stabilisce il principio di libera
circolazione dei cittadini comunitari entro i confini dell’Ue. Ipotesi che è
stata respinta immediatamente dal governo italiano, per il quale l’adozione di
simili misure sarebbe «un passo indietro» ed «un regalo ai populisti». Tanto
può bastare per capire che la minaccia terroristica è una grave insidia alla
tenuta della stessa Ue. Ma un’altra prova difficile attende le istituzioni
comunitarie. Il prossimo 25 gennaio, in Grecia, si terranno le elezioni
politiche. I sondaggi danno favorito Syriza, un partito di sinistra a favore
della permanenza del Paese nel gruppo della moneta unica, ma contrario al
proseguimento della politica d’austerità, imposta dalla cosiddetta Troika (Fmi,
Bce e Commissione europea). Il punto centrale del programma di Syriza è la
ristrutturazione del debito, vale a dire la sua rinegoziazione, una proposta che,
comprensibilmente, desta una certa inquietudine nei creditori, tra i quali ci
sono il Fondo di stabilità europeo, il Fmi, la Bce, l’Esm, banche tedesche,
francesi ed italiane. Il leader del partito, Alexis Tsipras, ha più volte
dichiarato che la sua volontà è quella di tenere la Grecia nell’eurozona (per
inciso, come il 75% dei suoi connazionali), ma, in economia, la sola volontà
non è sufficiente a conseguire un obiettivo. Ristrutturare un debito significa
sedersi a tavolino con i creditori, trattare per chiedere la remissione d’una
parte o una dilazione o chissà cos’altro e trovare un accordo. Tsipras chiede
di rinegoziare il 70%, che, come è facile capire, non è proprio poca cosa. Nel
caso che l’accordo non venisse trovato, alla Grecia resterebbe solo di tornare
a stampare il dracma. Una situazione alla quale, sostengono molti economisti,
l’euro non potrebbe sopravvivere.
Mauro Ammirati
giovedì 20 novembre 2014
Il fattore Salvini.
Una premessa, innanzitutto: non vado, affatto, pazzo per i
sondaggi, il più delle volte mi infastidiscono, per ragioni molto semplici. In
primo luogo, perché in democrazia contano i voti, non le semplici ricerche
d’opinione. In secondo luogo, perché, in passato, in diverse circostanze, i
sondaggisti hanno preso cantonate madornali, costringendo anche qualche
quotidiano a tornare in stampa per rifare la prima pagina. Infine, perché, ai
giorni nostri, gli uomini politici, da noi come altrove, non prendono più
alcuna decisione se prima non hanno il conforto d’un sondaggio. Berlusconi, per
menzionarne uno, cambia opinione continuamente sulla base degli spostamenti
delle percentuali risultanti da tali ricerche (l’ultimo dietrofront è quello
sulle coppie di fatto e ius soli), prendendo esempio da un uomo politico di
tanti anni fa, che diceva: «Sono il loro capo, quindi li seguo.» Il guaio è che
proprio perché i leaders hanno nella massima considerazione i sondaggi, almeno
uno sguardo a quei numeri dobbiamo darlo anche noi per poter analizzare i fatti
politici. Chiarito questo punto, sarà facile al lettore comprendere perché oggi
riporto alcune cifre pubblicate, giorni fa, dall’istituto Demos & Pi, per
il quotidiano Repubblica, secondo le
quali Matteo Renzi resta l’uomo politico che raccoglie maggiore fiducia in
Italia, ma perde 10 punti, mentre al secondo posto, con il 30%, si piazza
Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, alla quale viene assegnato
l’11% di consensi. Il divario tra i due, comunque, rimane ampio, circa 20
punti, che non è proprio poca cosa, ma Salvini vede crescere considerevolmente
i suoi estimatori anche al Sud, fino al 30%. Il Pd scende dal 41% al 36%. Un
altro sondaggio della Lorien Consulting,
pubblicato da Italia Oggi, conferma
il calo del Pd, il 50% di popolarità per Matteo Renzi ed assegna alla Lega
l’8,5%, comunque più del doppio di quanto prendesse poco tempo fa. Che siano
attendibili o no tali risultati poco importa, perché sono bastati a mettere in
allarme Berlusconi ed a dare coraggio al segretario federale della Lega Nord,
che ora dice esplicitamente di volere la leadership di tutto il centrodestra.
Un fatto inimmaginabile solo due mesi fa e tale da scompaginare il progetto
dello stesso Berlusconi e riaprire i giochi nello schieramento che per
vent’anni ha conteso il governo nazionale al centrosinistra. Qui, ora interessa
poco quali possano essere gli sviluppi della situazione che ho appena
tratteggiato, è molto più importante analizzare i dati oggettivi. Cosa ha determinato
il successo personale e politico di Salvini? Perché, come riferiscono le
cronache, la Lega, di questi tempi, fa proseliti anche nel meridione? Il
giovane leader leghista sta provando a “nazionalizzare” il suo partito, a
farne, cioè, una forza politica italiana, sta cercando di portarlo al di sotto
della “linea gotica”, operazione che più volte Bossi aveva tentato, ma senza
successo (e, probabilmente, senza neppure crederci). Conquistare i meridionali alla
causa del federalismo si è rivelato molto difficile; si consideri, inoltre, che
la prospettiva dell’autonomia non poteva fare molto presa in una grande regione
come la Sicilia, che ha già uno statuto speciale. Salvini poteva “sbarcare” al
sud solo mostrando di avere una visione nazionale, non più nordista, della
crisi italiana. Ha posto al centro del suo programma due proposte: ritorno alla
valuta nazionale e lotta all’immigrazione clandestina (ma sul concetto di
“clandestino” occorrerebbe intendersi, i siriani, per esempio, in questo
periodo sono da considerare, in realtà, rifugiati). Anche Bossi sosteneva una
politica di contrasto all’immigrazione, ma ciò non gli è mai bastato a prendere
voti da Bologna in giù. La carta vincente di Salvini, dunque, è stata la lotta
all’euro, con la quale ha potuto anche avvicinare alla Lega economisti come
Borghi, Rinaldi e (forse) Bagnai. La Lega non chiede più la secessione del nord
dall’Italia, ma dell’Italia dall’eurozona. Un argomento che può essere compreso
e sostenuto anche da calabresi, campani, siciliani..., dato che al sud
l’austerità imposta dall’Unione europea è stata ancor più devastante che nel
settentrione. Se non è una mutazione genetica della Lega, ci si avvicina. Ma,
come ogni operazione politica che si rispetti, è soggetta a rischi. In alcune
regioni del nord, soprattutto il Veneto, sussistono pulsioni secessionistiche,
una parte consistente dell’elettorato leghista è avversa all’Italia, più che
all’Unione europea. Così, a Salvini toccano due parti in commedia: deve fare il
nazionalista al sud e sostenere i separatisti al nord. Una situazione ambigua
che non può trascinarsi a lungo. Un giorno o l’altro dovrà scegliere. La
politica ha i suoi tempi, questo è vero, ma nessun leader può traccheggiare
all’infinito.
giovedì 9 ottobre 2014
Tempi diversi, stessi errori
Abbiamo trascorso gli ultimi mesi a scontrarci sull’articolo
18 dello Statuto dei lavoratori ed il Jobs Act proposto dal governo Renzi, ora
in via d’approvazione del Parlamento (è appena passato al Senato, ma il governo
si è visto costretto a ricorrere al voto di fiducia, per evitare brutte
sorprese). La riforma della legislazione sul lavoro ha lacerato il
centrosinistra, il Pd ed il sindacato, ma il Presidente del Consiglio ne ha
fatto la linea del Piave del suo programma di governo, sostenendo che tale
misura sia necessaria non solo per combattere la disoccupazione
(pericolosamente intorno al 13%), ma anche a far ripartire l’economia e
restituire credibilità all’Italia. Ancora prima di assumere la carica di premier,
Renzi ha saputo accreditarsi presso l’opinione pubblica nazionale ed
internazionale come l’uomo delle riforme, del rinnovamento, della
discontinuità, l’unico che abbia le qualità e la determinazione per rimettere
in piedi un Paese in ginocchio (un dato di sole 48 ore fa: quasi 100.000 italiani,
nel 2013, si sono trasferiti all’estero). L’immagine di leader risoluto e
pragmatico con cui ha saputo presentarsi all’elettorato gli è valsa l’etichetta
di «Berlusconi di sinistra», in effetti questo giovane fiorentino che ripete di
avere l’ambizione di «cambiare l’Italia»
ricorda tantissimo l’imprenditore milanese che, vent’anni fa, voleva
fare «la rivoluzione liberale». Gli slogan sono diversi, perché i tempi sono
diversi e richiedono linguaggi diversi, ma la sostanza è la stessa. In questi
giorni, gira una vignetta sui social network, in cui Berlusconi sorridente e
soddisfatto dice: «Non sono riuscito a fare le riforme con il mio partito, così
mi sono fatto un governo di sinistra.» Come spesso avviene, anche stavolta,
attraverso apparenti paradossi, la satira politica ha spiegato la realtà meglio
di mille editoriali. Berlusconi oggi è un leader in declino, difficile che gli
riesca l’ennesima stupefacente ripresa, quando parla della sua esperienza di
Capo di governo insiste sempre sul medesimo argomento: «Non mi hanno fatto
governare, ho avuto sempre alleati inaffidabili, come Bossi, Casini, Follini,
Fini...» Onestamente, va riconosciuto che quando il centrodestra aveva una
forte maggioranza in Parlamento, il governo la vera opposizione l’aveva dentro casa
ed era costretto a mediare e negoziare su tutto. Ricordo che, tempo fa, un
giornalista di centrodestra scrisse che il vero errore di Berlusconi era stato
quello di affidare il ministero dell’Economia e la realizzazione di riforme
liberali a Giulio Tremonti, un fiscalista che non si era mai definito liberale,
ma «colbertista», per usare un termine più semplice, un dirigista. Renzi non ha
compiuto gli stessi sbagli, si è sbarazzato subito d’una potenziale spina nel
fianco come D’Alema, ha tenuto fuori dal governo Bersani, ha scelto come
ministro dell’Economia un ex funzionario dell’Ocse, Padoan (si dice che
gliel’abbia suggerito Mario Draghi), uno che considera il liberismo una
divinità, in più si è circondato di «ministri ragazzini» (definizione dell’imprenditore
Diego Della Valle, un suo ex sostenitore) come la Madia e la Boschi. Nel Pd è
criticato da una minoranza, ma aveva ben altri guai Berlusconi quando doveva
vedersela con le bizze di Casini e Fini. Tra le due situazioni, non c’è
paragone. Il punto è che le riforme di Renzi non sono quelle che servono
all’Italia, non sarebbero servite neppure se le avesse fatte Berlusconi. Per
fare un esempio, quell’articolo 18 che i governi di centrodestra non sono mai
riusciti ad abolire, è solo un feticcio ideologico. Quando l’economia italiana
tirava, mai nessun imprenditore ha rinunciato a produrre i beni richiesti dal
mercato pur di non assumere. Le riforme liberali di Renzi, che piacciono tanto
a Berlusconi, avrebbero un senso se gli italiani andassero dal supermercato e
non trovassero le merci che cercano. Il vecchio ed il nuovo Berlusconi
dall’accento fiorentino sono convinti che il nostro sistema economico non
esprima tutto il suo enorme potenziale a causa della burocrazia, la spesa
pubblica improduttiva, il sistema giudiziario inefficiente, la legislazione del
lavoro troppo rigida e che, quindi, sia necessaria una robusta dose di
liberismo. Ora, non ci crederete, ma, appena due giorni fa, il Fondo monetario
internazionale, il custode dell’ortodossia liberista, ha pubblicato un
documento in cui dice che il modo migliore per uscire dalla recessione è
investire in infrastrutture, spendendo a deficit, perché in tempi di deflazione,
come questi, le grandi opere pubbliche sono a costo zero. Per favore, andate a
spiegarlo ai due Berlusconi. Quello mancato e quello aspirante.
Mauro Ammirati
venerdì 12 settembre 2014
Un'altra illusione
La notizia più importante delle ultime settimane (o,
comunque, una delle più importanti), almeno per l’Italia, è arrivata da
Francoforte: la Bce ha tagliato i tassi di interesse di 10 punti base, ha
annunciato che acquisterà titoli sul mercato ed aumentato i tassi di interessi
negativi sulle riserve bancarie. Nessuno si spaventi, mi spiego subito:
l’istituto d’emissione sta semplicemente cercando di mettere più denaro in
circolazione, aumentando la quantità di moneta a disposizione delle banche. La notizia è stata accolta con favore nel
nostro Paese ed in Francia, mentre ha accresciuto la diffidenza dei tedeschi
verso l’italiano Mario Draghi. La Germania, come si sa, esige, principalmente
da noi e dai nostri cugini transalpini, rigore nel contenimento dei debiti e
dei deficit pubblici, mentre la Bce taglia il costo del denaro, provocando un
deprezzamento dell’euro sul dollaro. Proprio ciò che fa, tradizionalmente,
imbestialire i tedeschi, che hanno la fissazione della moneta forte e la fobia
delle svalutazioni. Il punto più importante, però, è un altro ed
autorevolissimi economisti, compreso qualche premio Nobel, non hanno mancato di
farlo notare: la manovra in questione è inefficace, non aiuterà l’economia
dell’eurozona a riprendersi, non faciliterà la ripresa né la creazione di posti
di lavoro. L’errore della Bce e di tanti statisti è quello di pensare che più
soldi vengono dati alle banche, più queste saranno propense a concedere
prestiti alle aziende. Ahinoi, non è
così. E non lo dico io, ma la Bank of England. Recentemente nel suo bollettino
la banca centrale inglese ha spiegato che le banche negano o concedono prestiti
non sulla base della quantità di denaro di cui dispongono, ma valutando quanto
renderebbe il prestito nel caso venisse concesso (e, ovviamente, la solvibilità
di chi lo chiede). Ora, si dà il caso che, statistiche alla mano, le imprese francesi
ed italiane non investano perché non riescono a vendere i loro prodotti
all’estero (l’euro è una moneta troppo forte e le mette fuori mercato) né in
casa loro (dove la domanda di beni e servizi è troppo debole, cioè le famiglie
sono rimaste senza soldi). Dunque, perché mai un’azienda di Bologna o Nizza
dovrebbero investire? Se anche queste imprese volessero approfittare del basso
tasso di interesse e si mettessero ad investire e produrre, i loro prodotti
resterebbero sugli scaffali o in magazzino. Lo sanno gli imprenditori e lo
sanno anche le banche. La crisi dell’eurozona è dovuta a questo, è crisi di
domanda. Per la medesima ragione non serve neppure modificare le norme vigenti
per facilitare i licenziamenti o favorire le assunzioni. Ve lo dico con le
parole d’un imprenditore con cui parlavo tempo fa, uno che ha un centinaio di lavoratori
alle sue dipendenze: «Che me ne faccio degli incentivi ad assumere se non ho
gli ordinativi? Prendo un ragazzo e poi lo faccio stare con le mani in mano?» Renzi
e Berlusconi sembra che non abbiano ancora compreso la vera natura del
problema. L’uno e l’altro sono convinti che per far ripartire l’Italia
occorrano una burocrazia più snella, una riforma della giustizia per abbreviare
i tempi di processi e cause civili, insieme con una riforma del Parlamento e
della legge elettorale. Intendiamoci, a queste materie si deve mettere mano, lo
abbiamo scritto più volte e lo ribadiamo. Ma non saranno tali riforme a ridare
vigore alla nostra economia. Abbiamo sentito tante volte dire che una
recessione così devastante non si vedeva dal 1929. Il Presidente americano F. D.
Roosvelt affrontò quella crisi drammatica con il New Deal, un vasto programma
di opere pubbliche. Poi ci fu l’attacco giapponese a Pearl Harbor e, per quanto
sia rivoltante dirlo, la partecipazione degli Stati Uniti alla guerra diede
un’ulteriore spinta alla loro economia. Al punto che, terminato il conflitto,
aiutarono anche noi a rimetterci in piedi, staccando un assegno per il nostro
Alcide De Gasperi (ve lo ricordate il Piano Marshall?). Non si esce dalle
recessioni, purtroppo, se lo Stato non fa da traino all’economia (cominciando con
il rilancio dell’edilizia pubblica). Ma di investimenti pubblici, in Italia ed
in Francia, di questi tempi, non si può neanche parlare. I parametri comunitari
ci impongono tagli al bilancio, i quali comprimono ulteriormente la domanda. È
un circolo vizioso, se non l’avete capito. Nell’ultimo numero vi parlai del
successo alle elezioni europee di Marine Le Pen in Francia e
dell’antieuropeismo crescente. Da allora, dicono i sondaggi, i consensi ai
partiti antieuropeisti sono andati aumentando. Non so voi, ma io non ne sono
sorpreso.
Mauro Ammirati
Iscriviti a:
Post (Atom)
