venerdì 14 marzo 2014

L'ultima carta


         Un’operazione improvvisa e spregiudicata come quella che ha rovesciato il governo Letta ed insediato quello di Matteo Renzi può avvenire solo nel segno della paura. Un sentimento che è meno del panico, ma più del semplice timore. Paura che pervade le due grandi coalizioni nazionali ed è dovuta a fattori politici ed economici, interni ed internazionali. Paura che la situazione sfugga di mano a quelle forze politiche che hanno retto il Paese dal 1994 ad oggi e che, per buona parte degli italiani, sono i principali responsabili del momento drammatico che la nazione sta vivendo. Matteo Renzi è la carta della disperazione, è stato lui stesso ad affermarlo, implicitamente, in occasione della presentazione del suo governo alle Camere, facendo capire che il suo fallimento sarebbe la bancarotta di tutto il sistema politico. Ha ottenuto la fiducia del centrosinistra e dei centristi, non quella di Forza Italia, che però, in cambio d’un accordo concluso sul sistema elettorale, gli ha concesso un’apertura di credito, se preferite, la promessa di un’opposizione morbida. La domanda da porsi è: cos’è stato a forzare la mano ai partiti, cosa ha fatto precipitare la situazione così da indurre la Presidenza della Repubblica e la coalizione che sosteneva il governo Letta ad una manovra tanto azzardata, quanto insolita? Paura, come accennavamo, ma di cosa? A maggio si terranno le elezioni europee (per inciso, verrà eletto anche il Consiglio regionale nel nostro Abruzzo) ed il voto in questione potrebbe diventare una pietra sepolcrale sul sistema politico costruito sulle macerie di Tangentopoli. I sondaggi, lo scorso anno, poche settimane prima delle elezioni politiche, attribuivano al M5s il 17%. Prese il 25% (neanche le prime proiezioni post voto facevano pensare ad un simile successo). Oggi, i sondaggi danno allo stesso M5s il 24%. Dunque, non si può escludere che il movimento di Beppe Grillo superi il 30%. Parliamo d’una forza politica radicalmente avversa al centrosinistra ed al centrodestra, dichiaratamente euroscettica e sostenitrice della democrazia diretta integrale (in passato, Grillo ha proposto l’abrogazione del cosiddetto “divieto di mandato imperativo). Non basterà a Pd, Ncd e Fi confidare  nella ripresa economica, perché (ammesso che l’economia sia davvero in ripresa) non si concretizzerà in posti di lavoro nei prossimi mesi. Inoltre, quale che sia la congiuntura, i vincoli comunitari impongono all’Italia di continuare a praticare la politica dell’austerità ancora per molti anni. Infine, i fattori internazionali. Quando, nei primi anni ’90, la Lega nord cominciò a raccogliere una discreta messe di voti, il compianto Indro Montanelli scriveva: «Finché il separatismo lo fanno i siciliani è un conto. Ma se lo fanno i lombardi la situazione cambia.» Ora potremmo dire che finché, nella piccola Grecia, Alba dorata prende il 7% possiamo anche reagire con la semplice indignazione e poi fare spallucce. Ma se l’elettorato antieuropeista cresce in Francia, Olanda ed Austria, se in Italia avanza il M5s che chiede di abolire il Fiscal compact ed un referendum per la permanenza nella moneta unica, se la Gran Bretagna annuncia un referendum sulla sua permanenza nell’Unione europea, allora si capisce che la posta in palio è di portata storica ed il discorso cambia. In questo quadro, il rischio che corre la classe politica italiana è duplice: può venire travolta dal malcontento popolare in Italia o dal crollo dell’Europa comunitaria. Si consideri, infatti, che tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, tecnici, di centrosinistra e di centrodestra, hanno tagliato spesa pubblica e servizi sociali, liberalizzato e privatizzato in applicazione delle direttive di Bruxelles e Francoforte, provocando l’ondata di protesta che ora può riversarsi nelle urne elettorali. Il governo Letta era manifestamente inadeguato al compito di salvare una classe politica che sembra un’oligarchia assediata nella cittadella del potere, mentre fuori il mondo è già cambiato e comincia una nuova storia. Occorreva mandare un messaggio forte al Paese, dare almeno l’impressione che ci fosse ai vertici delle istituzioni un ricambio generazionale, che finalmente si stesse facendo sul serio. Soprattutto, occorreva fare in fretta. Perciò è stato chiamato il trentottenne Matteo Renzi. L’ultima carta da giocare. Quella della disperazione.

         Mauro Ammirati    

venerdì 14 febbraio 2014

Convegno a Scafa sulla ME-MMT. Le origini della crisi


 
Si può comprendere lo stupore d’una persona a cui per la prima volta venga spiegata cos’è la ME-MMT. Inevitabilmente, la reazione di chi ascolta è sempre la stessa:  spalanca gli occhi e chiede: ma allora perché tutti i giorni politici, giornalisti e studiosi ci dicono che il debito pubblico è un grande problema? È accaduto anche a Scafa, sabato 18 gennaio, nella Sala polivalente. Increduli i presenti – invero, molto pochi – interrompevano ripetutamente il relatore, per avere chiarimenti e girando sempre intorno al solito punto: davvero volete farci credere che il debito pubblico non sia quella zavorra di cui tutti parlano? Si trattava d’un incontro, aperto al pubblico, tra ME-MMT Abruzzo e, come si leggeva nella locandina dell’evento, attivisti del M5s. “Il disastro dell’eurozona e come uscirne”, questo l’argomento di cui discutere. La ME-MMT (Mosler Economics - Modern Money theory, Teoria della moneta moderna), spiega uno dei due relatori Riccardo Tomassetti, «viene divulgata nel mondo dal 1993 da Warren Mosler, l’economista americano che l’ha elaborata, ma, in realtà, ha più di cento anni di storia, dato che le sue radici sono nel pensiero di grandi economisti del secolo scorso, come John Maynard Keynes, Abba Lerner e Friedrich Knapp.» Per capire la Mosler economics è fondamentale avere chiaro in mente in cosa consista la distinzione tra Paesi dell’eurozona (quelli che, come l’Italia e la Francia, hanno adottato l’euro come valuta comune) ed i cosiddetti Paesi a moneta sovrana (come Stati Uniti e Giappone, che hanno una propria moneta). «In un Paese a moneta sovrana», dice Tomassetti, «lo Stato crea moneta dal nulla, si chiama “moneta fiat”, fornendo titoli di Stato, cioè obbligazioni, alla Banca centrale, in cambio di liquidità. Così, il governo americano cede i suoi titoli alla Fed e quello giapponese alla Bank of Japan. La banca centrale entra in possesso di questi titoli ed accredita la somma equivalente al conto corrente che il governo ha presso di essa. Il governo prende questo denaro e lo utilizza per costruire scuole, ospedali e quanto occorre alla collettività. Ma, dal momento che il governo può emettere dal nulla tutti i titoli di Stato che vuole e fare così all’infinito, il debito si rivela un falso debito. Praticamente, lo Stato si indebita con se stesso.» Per dirla in termini ancora più semplici: lo Stato può stampare tutta la moneta che gli occorre. Questo fa capire, dice Tomassetti, che lo Stato stesso «non ha bisogno neanche delle tasse per finanziare la spesa pubblica. Potendo stampare moneta, il governo non ha necessità di tassare i cittadini e non può neanche dichiarare default (cioè, bancarotta, n.d.r.).» Lo scopo delle tasse, in realtà, è un altro: «Tasse ed imposte servono a creare domanda di moneta. Dovendo pagare le tasse in dollari, il cittadino americano ha bisogno di procurarsi i dollari, cioè la moneta emessa dal suo Stato. È questo a dare valore alla moneta. Contrariamente a quanto comunemente si crede, il valore della moneta non è dovuto all’oro né ad altro metallo. Per pagare le tasse in Italia devi avere gli euro, per pagarle in Giappone gli yen… indipendente dal rapporto di queste monete con l’oro. La convertibilità della banconota in oro non è più possibile dal 15 agosto 1971.» Se questo avviene in un Paese a moneta sovrana, nell’eurozona, dunque in Italia, è tutto un altro discorso: «L’euro non è la moneta d’uno Stato, ma della Banca centrale europea che presta denaro, non agli Stati, ma al mercato dei capitali, cioè principalmente alle banche, attualmente al tasso d’interesse dello 0,25%. Per avere denaro, i governi dell’eurozona devono rivolgersi alle banche, contraendo un vero debito ad un tasso stabilito dal mercato. Questo meccanismo è all’origine della catastrofe europea.» Infatti, «nei Paesi a moneta sovrana, lo Stato potendo stampare moneta, prima spende, poi tassa. Nei Paesi dell’euro, invece, lo Stato, non potendo stampare moneta, deve prenderla a prestito dalle banche e procurarsela con le tasse. Quindi, nell’eurozona, lo Stato prima tassa, poi spende.» L’altro relatore, Gianluca Gandini, accompagnato dal Presidente della ME-MMT Abruzzo, Alessio Scalzini, ha spiegato che in un Paese a moneta sovrana «compito dello Stato è quello di creare moneta dal nulla per il raggiungimento della piena occupazione e per garantire i servizi pubblici essenziali. La ME-MMT propone il PLG (Programma di lavoro garantito, n.d.r.), con il quale lo Stato assume, provvisoriamente, disoccupati per impiegarli in settori dove non c’è concorrenza con il privato, come l’assistenza agli anziani ed ai disabili, la ricerca scientifica, la tutela dell’ambiente ed altri ancora.»

Mauro Ammirati   

lunedì 3 febbraio 2014

Vent'anni dopo


         Il contesto è completamente diverso, ma la sensazione è la stessa e, in buona parte, anche la diagnosi. L’impressione è chi si sia tornati al biennio 1992-1993, quello del ciclone di Tangentopoli e, nonostante da allora l’Italia sia molto cambiata (in peggio, verrebbe da aggiungere), una riflessione su quanto accade ai giorni nostri induce a pensare che non si tratti solo di un’impressione. Come già accennato, viviamo sotto un altro cielo rispetto a vent’anni fa, in quel periodo l’Italia si liberava della Guerra fredda che, sin dal 1945, aveva avuto un’influenza di primaria importanza sugli equilibri politici interni; i partiti storici, popolari, di massa e strutturati si liquefacevano sotto i colpi letali delle inchieste giudiziarie (Dc e Psi) o subivano una mutazione genetica a causa del crollo del bipolarismo mondiale (Pci). Nascevano nuove forze politiche la cui avanzata, in termini elettorali, era in apparenza inarrestabile (Lega Nord, An e Forza Italia). Con un referendum, gli italiani scelsero di darsi nuove regole che (si presumeva) assicurassero maggiore governabilità, possibilmente governi di legislatura, come accade ordinariamente nelle grandi democrazie e che, invece, da noi era accaduto eccezionalmente. Dunque, avevamo nuove forze politiche e cercavamo anche di costruire un nuovo sistema politico. Sembrava un mutamento incoraggiante (del senno di poi sono piene le fosse, facile dire oggi che fu solo un’illusione). Infine, l’Italia usciva dallo Sme ed entrava in un periodo di crescita economica (grazie ai cambi flessibili). Cosa avviene in queste primi mesi del 2014? Due leaders, Renzi e Berlusconi, concludono un accordo (ancora da perfezionare, pare) su una riforma elettorale, per salvare il bipolarismo, che scricchiola a causa della crescita di consensi d’un outsider, il M5s; le inchieste giudiziarie ed i processi falcidiano giunte regionali (i cui poteri, con la riforma del Titolo V della Costituzione, si sono notevolmente accresciuti) e trascinano ai minimi storici la credibilità della classe politica; lo stato dell’economia è disastroso, le prospettive non sono affatto incoraggianti. Abbiamo semplificato fino alla brutalità, ma disponiamo di quanto basta per rispondere alla domanda: cosa ha in comune  con Tangentopoli la situazione attuale e in cosa differisce? Direi che oggi come allora, i leaders commettono l’errore di pensare che si possa salvare un sistema agonizzante semplicemente imponendo delle regole elettorali. Craxi, Andreotti e Forlani fecero di tutto per preservare il sistema elettorale proporzionale, su cui si reggeva il sistema di alleanze nazionali e locali. L’introduzione dell’elezione diretta delle giunte provinciali e comunali ed un sistema elettorale prevalentemente maggioritario per Camera e Senato spazzarono via la resistenza di socialisti e democristiani. Berlusconi e Renzi, oggi, disegnano l’Italicum, ricalcato sulla legge Calderoli, dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Anche questa convergenza sembra dettata più dalla disperazione e dalla volontà di salvare il salvabile, che da un autentico spirito riformatore. Ripetiamolo ancora una volta: l’ingegneria elettorale è importante e può aiutare a risolvere tanti problemi, ma non può fare miracoli. Se i partiti stipulano alleanze e si separano dopo le elezioni, se i parlamentari passano da un gruppo all’altro, il problema non è costituito dalle regole, ma dagli uomini e, soprattutto, dai leaders. Un altro elemento in comune con la situazione di vent’anni fa è la pressione di fattori internazionali. Nel 1992, un’intera classe dirigente si rivelò incapace di capire cosa rappresentasse il crollo del Muro di Berlino. Lo capì quando era troppo tardi. Oggi, la classe politica italiana ignora (o finge di ignorare) cosa sta accadendo nell’economia mondiale e negli altri Paesi dell’Unione europea. Più precisamente, autorevoli economisti parlano di rischio break-up dell’euro, in Francia i sondaggi danno il primato dei consensi al Front National, di Marine Le Pen, il cui programma, al primo punto, stabilisce il ritorno alla sovranità monetaria ed al franco. La fine della moneta unica europea potrebbe essere per questa classe politica ciò che il crollo del Muro di Berlino fu per democristiani, socialisti e comunisti vent’anni fa.

         Mauro Ammirati    

lunedì 11 novembre 2013

Purché non si parli d'austerità.


         Una domanda che si pongono in tanti in Italia, comprensibilmente anche con una certa rabbia, è: perché, mentre il Paese affonda, politici e giornalisti parlano solo di Berlusconi? Probabilmente, sono in tanti a chiederselo anche all’estero, soprattutto nelle democrazie occidentali, dove è una regola comunemente accettata che un uomo politico condannato in via definitiva si faccia da parte, senza troppe storie. Stiamo assistendo allo smantellamento dell’apparato industriale italiano, la disoccupazione giovanile – dato ufficiale pubblicato solo qualche giorno fa – è al 40%, l’esercito di disoccupati si accresce ogni giorno, eppure la questione centrale del dibattito politico è la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. In effetti, converrete, almeno in apparenza è assolutamente inspiegabile. In apparenza. Perché una spiegazione c’è. La vera ragione è che, anche per il centrosinistra, se Berlusconi non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Per il Pd, non solo il leader del centrodestra non è un problema, ma paradossalmente è una risorsa. Più precisamente, come dicono e scrivono in tanti sui social network, con un gioco di parole, Berlusconi è una straordinaria «arma di distrazione di massa», cioè un argomento che serve a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi reali, a distrarre, appunto. Purtroppo, non si può giocare un mondiale di calcio ogni anno, non bastano reality show, talent show e vari altri programmi televisivi d’intrattenimento per addormentare le coscienze, non più, almeno, perché la situazione socioeconomica è drammatica, comunque tale da annullare l’effetto dei “narcotici tradizionali”. Ci vuole altro, qualcosa di nuovo, d’eccezionalmente efficace ed un leader coinvolto in inchieste giudiziarie, processi e scandali vari è la figura più adatta ad evitare che si parli di aziende che chiudono, di italiani – anche con istruzione media o alta - che fanno la fila davanti la mensa dei poveri, di imprenditori e disoccupati che non sanno più a che santo rivolgersi. In parole povere, parliamo di tutto, ma non d’economia, perché quando si affronta quest’argomento, i nostri politici divagano dal tema, balbettano, nel migliore dei casi rispondono che c’è la recessione, i tempi sono cambiati, siamo nel mercato mondiale, i sacrifici sono necessari per restare in Europa… ed altri luoghi comuni. Praticamente, non rispondono. Beninteso, il centrodestra ha interesse a salvare il suo leader dalla decadenza, quindi si capisce benissimo che parli solo di questo e tralasci tutto il resto. Sulla stessa decadenza il Senato dovrà votare il 27 novembre, molti parlamentari del Pdl, che ora è tornato a chiamarsi Forza Italia, sanno che senza Berlusconi alla guida del partito non otterrebbero nuovamente il seggio e l’istinto di sopravvivenza li spinge ad eseguire ogni ordine provenga dall’alto. Una componente del centrodestra, guidata da Alfano, vorrebbe affrancarsi da Berlusconi, ma per costruire un nuovo centrodestra, con una nuova leadership, occorre tempo, che può essere guadagnato solo rimandando il più possibile le elezioni anticipate. Perciò, contro il volere di Berlusconi, Alfano farà di tutto per evitare la crisi di governo, anche a costo di causare un scissione nel partito. Nel versante opposto, c’è una gran confusione. Il Pd ha stabilito che segretario nazionale e candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri non dovranno necessariamente essere la stessa persona, una decisione che non aiuta certo a fare chiarezza ed allontana il partito dal modello delle democrazie occidentali. L’imbarazzo e le difficoltà del principale partito del centrosinistra sono dovute ad una scelta storica che ora presenta il conto. Andreatta, Ciampi e Prodi, i veri padri del Pd, legarono il destino dell’Italia all’Unione monetaria europea. Coerentemente con questo indirizzo, il Pd ha finora sostenuto con fermezza la linea dell’austerità, che però non ha dato i risultati che ci si aspettava. A fronte di enormi sacrifici chiesti agli italiani  (riforma delle pensioni ed aumento della pressione fiscale), il debito pubblico è aumentato, l’economia è crollata e la disoccupazione è schizzata in alto. Al Pd resta solo da sperare in tempi migliori, confidando nella ripresa o in qualche miracolo. Nel frattempo, gioca in difesa, come si dice in gergo calcistico, fa catenaccio. In altre parole, parla di Berlusconi.            

mercoledì 4 settembre 2013

I rischi di un'ampia diserzione


         Non possiamo sapere se davvero Berlusconi toglierà la fiducia al governo Letta, come minaccia da un mese, nel caso la Giunta per le elezioni del Senato lo dichiari decaduto dalla carica di senatore. L’organo in questione comincerà a discuterne dal 9 settembre, ma comunque vadano le cose, alcune considerazioni possiamo farle sin da ora. Cominciamo con il dire che il quadro politico è quanto mai complesso, le variabili indipendenti o, come suol dirsi, le incognite sono diverse. Sappiamo con certezza che il voto anticipato è richiesto dal leader del M5s, Beppe Grillo, dalla Lega nord e, pare, da una buona frazione del Pdl. Ma non è affatto sicuro che una crisi di governo porti ad elezioni anticipate. Il Presidente della Repubblica, in più di un’occasione, ha fatto capire chiaramente che, se Enrico Letta verrà sfiduciato, le tenterà tutte prima di sciogliere il Parlamento. Il Capo di Stato non può certo inventarsi una maggioranza parlamentare che non c’è, non può crearla dal nulla, davanti ad un Parlamento di minoranze incomunicabili può solo indire nuove elezioni. Ma, da questo punto di vista, ciò che sta accadendo nei gruppi parlamentari del M5s merita di essere seguito con attenzione. In sette mesi di legislatura vi sono già state clamorose defezioni tra gli eletti di tale forza politica, nelle ultime settimane Beppe Grillo ha ribadito con fermezza di non essere affatto disposto a stipulare un’alleanza di governo con il Pd, ma diversi senatori e deputati del M5s in proposito hanno già detto di pensarla diversamente dal leader. Ulteriori defezioni o – qualcuno azzarda – una scissione potrebbe spianare la strada alla formazione d’una nuova maggioranza e d’un nuovo esecutivo. E, comunque, la sola possibilità che questo accada è sufficiente per indurre chi vuole mandare a casa Enrico Letta a tenere un comportamento più prudente. In secondo luogo, la storia della Repubblica insegna che le elezioni anticipate non premiano chi le ha volute. Il diritto di voto è una gran bella cosa, ma neanche al popolo sovrano piace rinnovare le assemblee elettive troppo di frequente. In Italia le elezioni politiche si sono tenute nello scorso febbraio, tornare alle urne nove o dieci mesi dopo non sarebbe un segno di buona salute per la nostra democrazia. In terzo luogo, la vicenda che è al centro del dibattito politico italiano da un mese a questa parte, cioè la sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna in appello per Silvio Berlusconi, fa tornare alla mente il cartello appeso nella famosa fattoria di George Orwell. Come si sa, c’era scritto: «Tutti gli animali sono eguali davanti alla legge, ma alcuni animali sono più eguali degli altri.» Berlusconi ha chiesto insistentemente al Pd ed ai colleghi senatori della Giunta per le elezioni di essere dichiarato «più eguale degli altri», definendo la sua permanenza nella carica un «atto di pacificazione». Ora, se il governo cadesse per un mancato «atto di pacificazione» e si andasse davvero alle urne, la campagna elettorale inesorabilmente diverrebbe una referendum sulla magistratura italiana e sulla riforma del sistema giudiziario. Il punto è:  quanto interesserebbe all’elettorato partecipare ad uno scontro simile, in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è arrivata al 40% ed a causa della recessione i suicidi sono quasi all’ordine del giorno? Forse è il caso di ricordare che alle ultime elezioni regionali ad aver vinto, anzi stravinto, è stato il partito della diserzione.

         Mauro Ammirati       

martedì 11 giugno 2013

Quando i dati vengono torturati

Al ballottaggio delle elezioni amministrative ha votato il 48,51% degli aventi diritto, al primo turno la percentuale era stata del 59,76%. A Roma il nuovo Sindaco è stato scelto dal 45% degli elettori. Il centrosinistra ha sbaragliato centrodestra e M5s dappertutto, in alcuni casi con un notevole divario, come nella capitale (circa 30 punti percentuali) o a Imperia (quasi 50 punti) o Ancona (circa 25 punti). Si aggiunga che il centrosinistra ha vinto anche a Treviso, uno dei capoluoghi dove la Lega Nord sembrava imbattibile. In apparenza, c’è poco da discutere: crolla il movimento di Beppe Grillo, che solo quattro mesi fa raccoglieva il 25% alle elezioni politiche; crollano il Pdl ed i suoi alleati, che, come si dice in gergo calcistico, «non sono mai entrati in partita». Ammesso che si possa parlare di vincitori quando più della metà degli elettori non vota, ha vinto il Pd, che qualche settimana fa dava l’impressione di essere una forza politica allo sbando ed a rischio scissione. Ma in certi casi è bene ricordarsi quel che dice un fisico americano: «Prendete i dati e torturateli. Prima o poi confesseranno.» O come ammonisce un noto giornalista sportivo: «Esistono le bugie, le grandi bugie e le statistiche.» Occhio ad una lettura superficiale delle cifre. Queste ci dicono che il centrosinistra scoppia di salute, il Pdl è praticamente un rottame ed il M5s qualcosa di simile ad un temporale estivo. È davvero così? Certo che no. Se più della metà dei cittadini ricusa di esercitare il diritto di voto significa che la crisi della politica è ormai irreversibile. «Questa è la vostra ultima occasione», ha dichiarato solennemente Giorgio Napolitano davanti all’intero Parlamento, durante il discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica, all’inizio del suo secondo mandato. I rappresentanti della nazione, come li definisce la Costituzione, non ne sono pienamente consapevoli, visto che non hanno ancora trovato uno straccio d’accordo su una questione importante come la legge elettorale. In certe analisi, poi, fondamentali sono i termini di confronto. Sono sempre stato dell’idea che accostare i risultati del voto amministrativo e di quello politico sia, metodologicamente, un’operazione, almeno, discutibile, per non dire imprudente. Nel primo caso, si sa, incidono fattori locali, a cominciare dal giudizio sull’operato della Giunta comunale uscente e questioni che nelle singole comunità spaccano in due l’opinione pubblica, come l’isola pedonale, la filovia, l’inceneritore... Aggiungete che, da vent’anni a questa parte, il Sindaco in Italia è eletto direttamente dal popolo, dunque le qualità personali dei singoli candidati possono decidere una competizione. Per raccogliere consenso alle elezioni politiche possono bastare pochi messaggi, ma forti, si pensi alla campagna elettorale di Beppe Grillo ed ai suoi slogan nello scorso inverno: «Mandiamoli tutti a casa», «Facciamo un referendum sull’euro», «Restituiremo tre quarti dell’indennità di parlamentare»… Berlusconi, nella stessa campagna elettorale, promise non solo di abrogare l’imposta comunale sugli immobili, ma anche di restituire quella già pagata. Proposte semplici, ma che fanno breccia  nell’elettorato e che denotano un certo talento nella difficile arte della comunicazione (non a caso, stiamo parlando d’un comico, cioè un uomo di spettacolo e del principale editore televisivo privato italiano). Nel voto amministrativo, invece, è importante principalmente il radicamento territoriale ed il Pd è l’unico forza politica in Italia, relativamente, strutturata. Riesce ancora a mobilitare qualche milione di elettori quando organizza elezioni primarie, mantiene un forte legame con il sindacato e, proprio grazie al radicamento, nelle varie città riesce sempre a trovare il ricambio. Il M5s ha un’origine recente e la formazione d’una classe dirigente in ogni regione e provincia è un processo che esige tempi lunghi. Quanto al Pdl, sono proprio i suoi dirigenti a dire che senza Berlusconi il loro partito non esisterebbe. Quindi, è già un mezzo miracolo se i candidati di centrodestra accedano ai ballottaggi. Forse, se il Pdl cominciasse a pensare ad un futuro senza Berlusconi (perché nessuno è eterno), quindi a formare una nuova generazione di dirigenti, farebbe un grande favore a se stesso ed alla democrazia italiana.

         Mauro Ammirati     

lunedì 22 aprile 2013

Il presidenzialismo è altra cosa


         Come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere. Quanto è avvenuto in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica - deflagrazione del Pd e conferimento della carica, nuovamente, al Capo di Stato uscente - ha spinto più d’un osservatore politico a proporre per l’Italia il sistema presidenziale. La proposta è fondata su due argomenti: l’elezione diretta del Presidente della Repubblica eviterebbe che un Paese venisse, di fatto, lasciato allo sbando e che in Parlamento avesse luogo un’indecorosa guerra per bande, com’è avvenuto con le votazioni sulle candidature di Franco Marini e Romano Prodi. E questo è vero. Il secondo argomento è che dalla presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, il Capo di Stato è andato assumendo sempre maggiori poteri, al punto che si può già considerare l’Italia una repubblica presidenziale, tanto vale, quindi, che se ne prenda atto. E questo, invece, non è vero. A scanso di equivoci, io sono presidenzialista e non può che farmi piacere se tanta gente si converte alla nostra causa, ciò non toglie che un’analisi sbagliata resti un’analisi sbagliata. È indubitabile che negli ultimi venti anni il Capo dello Stato ha avuto un ruolo, non decisivo, ma straordinariamente importante in determinate circostante, l’ultima in ordine di tempo, la formazione del governo Monti. Va però precisato che, in realtà, in tutte queste circostanze, il Presidente della Repubblica altro non ha fatto che esercitare i poteri che gli vengono attribuiti dalla Costituzione. Dalla situazione venuta a determinarsi con la separazione tra Lega Nord e centrodestra, nel 1994 (e conseguente nascita del governo Dini), fino alle dimissioni di Berlusconi nell’autunno 2011 (e conseguente nascita del governo dei tecnici), passando per la caduta dei due governi presieduti da Romano Prodi, il rappresentante della massima carica dello Stato si è sempre, scrupolosamente (com’è suo dovere) attenuto alla Carta. Per essere chiari: non sono aumentati i poteri del Presidente della Repubblica, semplicemente questi poteri sono stati esercitati a discrezione dello stesso Presidente, senza che la Legge fondamentale venisse violata. Non è un caso che si affermi che la tendenza presidenzialista abbia cominciato a delinearsi con la presidenza Scalfaro. Cioè, nel 1992, l’anno in cui scoppia Tangentopoli, l’evento che, unendosi al crollo del comunismo, cancella in Italia un intero sistema politico. Fin quando erano esistiti partiti strutturati, radicati, coesi e disciplinati al loro interno, come Pci e Dc, la libertà di manovra del Presidente della Repubblica era sempre stata assai modesta. In una repubblica parlamentare, di regola, quando i partiti fanno bene il loro mestiere, il ruolo del Capo dello Stato è marginale. La scomparsa dei due grandi partiti di massa, oltre che di quello socialista, lascia un vuoto enorme. Le forze politiche di nuova formazione (Lega, Forza Italia, Ppi, Alleanza nazionale, Pds...) si mostrano incapaci di sostituire adeguatamente i partiti che hanno portato l’Italia fuori dal dopoguerra e dal sottosviluppo, soprattutto non riescono a costruire un nuovo sistema politico. Per farla breve, restano le vecchie regole, cambiano gli attori, che però non hanno da dare al Paese leader come De Gasperi, Nenni e Togliatti. Il Capo dello Stato, davanti a partiti ed alleanze politiche che nascono e muoiono in pochi anni è costretto a svolgere un ruolo sempre più politico, senza rinunciare a quello di garante delle regole. Per fare un esempio pratico, sul finire del 2011, dopo le dimissioni di Berlusconi, Napolitano poteva sciogliere il Parlamento o affidare l’incarico a Mario Monti. Preferì, a sua discrezione – sottolineo: a sua discrezione, perché è tutto qui il discorso - la seconda opzione. Fu una scelta eminentemente politica - come lo sarebbe stata quella di sciogliere le camere - ma che non contrastava con la lettera né con lo spirito della nostra Costituzione. Negli anni ’50, ’60 e ’70, Pci e Dc non avrebbero mai messo un Capo di Stato nella condizione di dover fare simili scelte. L’Italia non è diventata una repubblica presidenziale. La verità è che trent’anni fa avevamo partiti degni di questo nome ed ora non più.   

         Mauro Ammirati